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Il 20 e 21 aprile si è tenuta a Ischia la terza edizione del convegno “Svuotare gli arsenali, costruire la pace”. Questo è l’intervento scritto per l’occasione da Paolo Cotta Ramusino, segretario generale delle Pugwash Conferences. Le Pugwash Conferences sono state insignite del premio Nobel per la pace nel 1995.

 

Su istruzioni del Presidente Trump, il segretario di Stato Mike Pompeo si è presentato alle Nazioni Unite e, mostrando una fialetta di una sostanza bianca che ha detto essere antrace, ha giustificato l’attacco alla Siria… Un momento sto sbagliando tutto! L’anno era il 2003, il segretario di Stato era Colin Powell, il Presidente era George W. Bush e il paese di cui si voleva giustificare l’attacco era l’Iraq e non la Siria. I tempi e le circostanze cambiano ma molte cose sono simili.

Dopo l’intervento di Colin Powell, l’Iraq fu effettivamente non solo attaccato ma anche invaso. Ora come ora, un attacco americano (con supporto britannico e anche francese) contro la Siria non preclude (molto probabilmente) a un’invasione dell’intero paese. Però a differenza della guerra in Iraq, gli Stati Uniti e la Russia sono ora entrambi coinvolti direttamente in Siria. Il contrasto tra le due superpotenze nucleari sarà probabilmente gestito con prudenza e ci sono diverse indicazioni che il buon senso e anche le preoccupazioni della comunità internazionale spingeranno i contendenti alla massima prudenza e, quindi, alla moderazione. Il presidente Carter ha tuttavia, in riferimento all’attuale crisi siriana, ricordato la crisi di Cuba del 1962, in cui si è arrivati molto vicini a un conflitto nucleare generalizzato, a seguito di una combinazione assai rischiosa di diversi fattori tra cui:

  1. non conoscenza di elementi chiave della situazione (ad esempio McNamara ha scoperto solo nel 1992 che armi nucleari sovietiche erano già state installate a Cuba, prima del blocco navale);
  2. comunicazioni dirette tra le due superpotenze insufficienti;
  3. alternanza tra prudenza e brinkmanship in entrambi i contendenti ma soprattutto in campo americano.

È chiaro che questi elementi sono a loro modo, anche se in misura diversa, presenti anche nella crisi siriana attuale ed è anche chiaro che le preoccupazioni sui rischi delle crisi siriana, sono presenti in modo molto evidente negli ambienti delle Nazioni Unite e in generale nella comunità internazionale. In particolare l’attacco missilistico di questi giorni è stato condotto senza avere dato minimamente tempo alla OPCW dell’Aja di mettere in campo degli appropriati meccanismi di controllo sull’avvenuto effettivo uso di armi chimiche che potessero anche individuare i possibili utilizzatori di queste armi.

Ma torniamo alla crisi di Cuba del 1962. La crisi fu in larga parte originata dall’installazione di missili nucleari americani a medio raggio Jupiter in Turchia e in Italia (Gioia del Colle) a cui i sovietici pensarono di rispondere con l’installazione di missili nucleari a Cuba. La crisi venne risolta con la promessa americana di non invadere Cuba a cui seguì lo smantellamento dei missili a raggio intermedio prima a Cuba e poi in Turchia e in Italia.

In generale, la crisi di Cuba ha stimolato non solo l’idea di procedere al controllo degli armamenti nucleari (per cercare di contenere appunto il rischio nucleare) ma, più fondamentalmente, ha evidenziato la necessità di limitare la proliferazione nucleare. L’idea era: in un mondo con tanti paesi in possesso di armi nucleari sarebbe stata possibile e addirittura probabile una ripetizione di crisi simili alla crisi di Cuba con risultati possibilmente catastrofici.

La definizione del trattato di non proliferazione avvenne solo nel 1968. La discussione tra sovietici e americani sulla struttura che avrebbe dovuto prendere l’NPT durò dunque diversi anni. L’argomento più controverso durante questa discussione ebbe prevalentemente a che fare con la questione del nuclear sharing cioè con la questione dell’installazione di armi nucleari americane sul territorio di paesi alleati che, in caso di conflitto, sarebbero state destinate a sistemi di lancio americani (armi cosiddette a “chiave singola”) o a sistemi di lancio dei paesi alleati che ospitavano le armi americane (armi cosiddette a “doppia chiave”). La motivazione principale del nuclear sharing era quella di rassicurare gli alleati degli USA che le armi nucleari sarebbe state utilizzate realmente per proteggere i paesi alleati da un eventuale attacco sovietico. In questo modo gli USA volevano anche prevenire e impedire il possibile desiderio di alcuni paesi alleati di dotarsi di armi nucleari proprie.

La situazione venne ulteriormente complicata dalla proposta americana di approntare navi di superficie a equipaggio multinazionale della NATO. Su queste navi dovevano essere installate armi nucleari il cui controllo sarebbe stato dunque condiviso tra i paesi alleati che avrebbero costituito questi equipaggi multinazionali. La proposta, caratterizzata dall’acronimo MLF (Multi-Lateral Force), aveva sempre lo scopo di scoraggiare i paesi alleati dall’acquisire armi nucleari per proprio conto. I sovietici chiarirono molto bene che la proposta di una Multi-Lateral Force era inaccettabile e avrebbe costituito un ostacolo insuperabile alla definizione di un trattato di non proliferazione. Sulle armi che rientravano nella categoria del nuclear sharing, che erano già presenti negli anni ’60, si ebbe invece il compromesso di considerare la presenza di tali armi non incompatibili con il trattato di non proliferazione che poté così essere definito nel 1968. Nonostante questo, argomenti di diritto internazionale tuttora evidenziano la contraddizione tra NPT e nuclear sharing.

Armi nucleari americane (“tattiche”) vennero installate in Europa in diversi paesi: Germania, Italia, Belgio, Olanda, Grecia, Turchia e Regno Unito. Il numero massimo di armi tattiche americane installate in Europa superò le 7.000. Nel 1983, alla vigilia dell’installazione dei cosiddetti “euromissili” (missile Cruise e missile Pershing II), le armi nucleari tattiche americane installate in Europe raggiunsero un totale di 5.845 divise tra 1.735 bombe per aereo (1.415; 320); 295 missili Pershing 1 (195; 100); 935 proiettili per cannoni da 203 mm (505; 430); 735 proiettili per cannoni da 155 mm (595; 140); 695 testate per missili Lance (325; 370); 200 testate per missile Honest John (0; 200); 690 testate per missili antiaerei Nike Hercules (300; 390); 370 mine atomiche (370; 0); 190 bombe navali (190; 0). I numeri tra parentesi indicano la suddivisione tra le testate a chiave singola (primo numero) e le testate a chiave doppia (secondo numero).

Durante gli anni ’80, come ben ricordiamo, si è sviluppata la polemica sulla questione degli euromissili che poi si è conclusa con il trattato sovietico-americano INF (1987) che ha messo al bando tutti i missili a raggio intermedio (compresi gli SS20, i missili Cruise e Pershing II). E per quanto riguarda le armi nucleari cosiddette “tattiche” cioè a corto raggio d’azione? All’inizio degli anni ’90 è apparso chiaro che la sopravvivenza dell’Unione Sovietica sarebbe stata messa in crisi, dando spazio alla piena indipendenza delle repubbliche che prima erano federate nell’URSS. Dal punto di vista delle armi nucleari, il problema era: quale sarebbe stato lo “status” nucleare delle nuove repubbliche e, in particolare, quale sarebbe stato il destino delle varie armi nucleari ex sovietiche collocate nel territorio delle nuove repubbliche? Il tempo a disposizione era poco per prendere delle decisioni. Non si poteva attendere la definizione di nuovi accordi sovietico-americani sul ritiro delle armi nucleari “tattiche” (cioè a corto raggio d’azione). Così ci furono le iniziative presidenziali indipendenti (dei presidenti Gorbachev e George H. Bush) per il ritiro incondizionato delle armi nucleari tattiche sovietiche e americane (autunno del 1991). In questo modo vennero ritirate circa 17.000 armi nucleari tattiche (dal campo di battaglia). È stata questa l’iniziativa di disarmo più ampia, senza nessun confronto con le altre iniziative di controllo degli armamenti che risultavano dall’applicazione di trattati russo-americani.

La grande maggioranza delle armi nucleari americane in Europa venne così ritirata. Successivamente sia la Grecia che il Regno Unito cessarono di ospitare armi nucleari americane. Attualmente in Europa ci sono circa 150 armi nucleari americane collocate nel territorio di paesi NATO. I paesi coinvolti sono la Turchia (base di Incirlik), l’Italia (basi di Ghedi, BS, e Aviano, PN), la Germania, il Belgio e l’Olanda. Si tratta di bombe a gravità (lanciabili da aerei) del tipo B61 (con un paracadute attaccato alla coda). In Italia sono presenti da 50 a 70 bombe.

Ci sono diverse osservazioni da fare sulla presenza di queste bombe nucleari americane sul territorio europeo:

  1. Il numero di queste testate è minimo. Inoltre la caratteristica di queste testate rende evidente il fatto che, da qualunque punto di vista militare, queste testate non sono certo un strumento rilevante per la difesa dell’Europa. In caso di conflitto sarebbero più facilmente un obiettivo che non uno strumento utilizzabile. Sono più che altro un “simbolo” della coerenza della NATO. Agli americani, secondo W. Arkin, le bombe collocate in Europa costano circa 100 milioni di dollari l’anno e richiedono il lavoro di 3.000 persone dei dipartimenti della difesa e dell’energia. Sarebbe interessante sapere quanto costano anche a noi le bombe di Ghedi e Aviano.
  2. Alcune di queste bombe sono collocate in posizioni particolarmente critiche. Ad esempio le bombe collocate a Incirlik (Turchia) non solo si trovano in un posto non lontano dal teatro siriano, ma sono nel territorio di un paese le cui scelte non sono necessariamente coerenti con le scelte dominanti dei paesi NATO.
  3. Gli americani stanno investendo nell’ammodernamento delle bombe B61 e pianificano la costruzione di bombe B61-12 che saranno dotate di un meccanismo di puntamento autonomo dell’obiettivo e una maggiore capacità di penetrazione del terreno. Le bombe B61-12 potranno essere lanciate solo da aerei del tipo F35 che l’Italia si è improvvidamente impegnata ad acquistare.

Da un punto di vista più generale di implicazioni internazionali che derivano dall’esistenza di armi americane collocate in Europe, è tuttora in discussione la domanda se queste armi violino o no il trattato di non-proliferazione (NPT). Incidentalmente la risoluzione finale della conferenza di rassegna dell’NPT del maggio 2000 ha menzionato “13 steps” che avrebbero dovuto essere intrapresi dalle potenze nucleari e tra questi c’era il ritiro delle armi nucleari tattiche. Purtroppo sappiamo che, da un po’ di tempo, le conferenze di rassegna dell’NPT o si concludono con nessuna risoluzione finale, oppure si concludono con risoluzioni finali che non vengono attuate.

Se assumiamo che la presenza di armi nucleari americane installate nei paesi della NATO non violi il trattato NPT allora anche il Pakistan, per esempio, potrebbe installare armi nucleari in Arabia Saudita e assegnare a forze saudite la possibilità di utilizzarle direttamente in caso di crisi. Il Pakistan non è membro dell’NPT, ma l’Arabia Saudita sì e l’intera operazione non costituirebbe una violazione dell’NPT. Quindi in futuro possiamo immaginare che una generalizzazione dei meccanismi di nuclear sharing potrebbe essere un modo in cui lo stesso trattato NPT potrebbe essere completamente aggirato. Lo stesso Trump ha recentemente ventilato l’ipotesi di re-installare armi americane in Corea del Sud per compensare le armi nucleari nord-coreane.

Credo che sia nell’interesse generale il ritiro di tutte le armi americane collocate in Europa in modo incondizionato, cioè senza pensare di estrarre contropartite dalla Russia. Gli interessi generali ci impongono di cercare di rafforzare il trattato NPT e non certo di esporlo a rischi che potrebbero anche essere di notevole gravità.

Purtroppo, in passato, i governi italiani, siano essi di destra o di sinistra, hanno mostrato pochissima sensibilità sulla questione delle armi nucleari americane installate sul nostro territorio, mostrando invece una grande sensibilità sugli ipotetici vantaggi economici che sarebbero derivati da certe scelte ad alcune industrie nazionali, come ben evidenziato dalla recente vicenda dell’acquisizione degli aerei F35.


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