fondoScienzae

Ragazze con i numeri, nella storia, ce ne sono state tante. Anche nella storia della scienza. Purtroppo non sempre sono riconosciute. Spesso hanno potuto dimostrarli, i loro numeri, lontano dai laboratori e dalle università. Dove, fino a un secolo fa o giù di lì, in molti paesi europei era vietato persino farle entrare. Un grande fisico tedesco, Max Planck, era convinto, in buona fede, che non fossero portate per la fisica teorica. Mentre un grande chimico, suo collega a Berlino, Emil Fischer, andava sostenendo che le donne non potevano entrare nel suo laboratorio per via di quei capelli lunghi che facilmente potevano incendiare. Eppure di ragazze coi numeri, l’uno e l’altro, ne conoscevano: per esempio Lise Meitner, fisica sperimentale con attitudini teoriche che per anni ha lavorato con il collega chimico Otto Hahn in uno scantinato dell’università, per via del divieto di Fischer.

Sì, di ragazze con i numeri la storia ne ha conosciute tante. Più di quante noi riusciamo a immaginare. Ed è per colmare questa lacuna che ci impedisce di riconoscere il valore, anche scientifico, delle donne in camice bianco che Vichi de Marchi e Roberta Fulci hanno raccolto in un libro – Ragazze con i numeri, appunto, editoriale Scienza, Trieste, 2018, pp. 205, euro 18,90 – quindici biografie di donne di valore nel campo della scienza e della tecnologia da proporre alle ragazzine (e ai ragazzini). Già, perché è con loro, con i ragazzini, che bisogna iniziare a costruire una cultura di reciproco rispetto e conoscenza tra i generi.

Vichi e Roberta hanno raccontato 15 storie, tutte appassionanti, con grande leggerezza, senza mai rinunciare a rappresentare la profondità umana e scientifica delle protagoniste. Noi ci limiteremo a ricordarne tre, di quelle grandi figure.

La prima è quella di Maryam Mirzakhani, una matematica iraniana, l’unica donna e l’unica islamica ad aver vinto la Medaglia Field. È nata a Teheran, Maryam, nel 1977. Subito dimostra un’eccezionale bravura: da autentica ragazza con i numeri. Tanto che nel 1994, facendo storcere la bocca a non pochi maschietti – in Iran, come nel resto del mondo – partecipa alle olimpiadi internazionali di matematica e le vince, dando scacco allo scetticismo di molti tra i soliti maschietti che pensano, un po’ come Planck, che le donne non possano eccellere nelle scienze più astratte e formali.

Figurarsi l’anno dopo, quando ritorna alle Olimpiadi e di nuovo le vince: a punteggio pieno. Ora tutti iniziano a parlare di Maryam. E anche a sparlare, quando, dopo essersi laureata nel 1999 presso l’università Sharif di Teheran, vola – lei donna iraniana – ad Harvard, negli Stati Uniti. Inutile dire che ottiene il dottorato, nel 2004, discutendo una tesi di eccezionale valore. E poco dopo, nel 2008, diventa professore – lei, una donna iraniana – di matematica a Stanford. Intanto, tre anni prima, ha sposato un informatico: Jan Vodràk, con cui nel 2011 ha una figlia, Anahita. Della Medaglia Field – il premio Nobel della matematica – ottenuta nel 2014 abbiamo già detto. Quello che non abbiamo detto è che nel 2017, lo scorso anno, al termine di una grave malattia e ad appena quarant’anni Maryam muore.

No, la fortuna non aiuta le audaci.

Un’altra figura che vogliamo ricordare e che per fortuna gode di buona salute è Tu Youyou, prima e unica cinese a vincere il premio Nobel per la Medicina (nel 2015). Un premio Nobel eccezionale. Un premio Nobel dei poveri: perché con la sua scoperta, Tu Youyou, ha salvato la vita a milioni di persone, la gran parte delle quali povere. Grazie a una sfida culturale molto ardita e vinta con feroce determinazione. Tu Youyou, ancora una volta tra lo scetticismo generale, ha recuperato un’antica ricetta della medicina tradizionale cinese, ha capito come funzionava dal punto di vista della biochimica più moderna e ha messo a punto un farmaco capace di guarire dalla malaria. Il farmaco è un estratto dalla pianta di Artemisia annua, può essere messo a punto a bassissimo costo, è stato utilizzato così ampiamente nei paesi più poveri del mondo e ha salvato, appunto, la vita a milioni di persone, soprattutto a basso reddito.

Hanno ragione Vichi e Roberta, Tu Youyou merita di essere ricordata e ringraziata.

Vorremmo ricordare, infine, una terza figura tra le 15, tutte di eccezionale levature, che le due autrici ci propongono: un’italiana, Laura Conti. Un medico che è diventata, per l’appunto, di eccezionale valore confrontandosi con una dei maggiori disastri ecologici che si sono verificati in Italia: l’esplosione presso la fabbrica Icmesa che, il 15 luglio 1976, inondò Seveso e non solo di una sostanza chimica sconosciuta, fino ad allora, dai più: la diossina. Come medico, Laura lavorò incessantemente per tamponare e rimarginare le ferite generate da quel veleno. Ma Laura non si accontentò di questo: e non sarebbe stato davvero poco. Fece di più. Molto di più. Contribuì a creare in Italia, anche in Italia finalmente, una coscienza ecologica diffusa. E di questo non possiamo che esserle, ancora una volta, grati.

Il lettore consentirà una digressione di tipo personale. Chi scrive non l’ha conosciuta di persona. Ma ha avuto con lei uno scambio epistolare non banale. Fu lei a scrivermi per prima, sul finire degli anni ’80. Saltai sulla sedia: una grande donna di scienza e di medicina che scrive a un povero cronista. Che onore! Ma mi sollevai ancora più in alto dopo aver finito la lettura. Lei che mi chiedeva, con estrema semplicità, chiarimenti su alcuni aspetti teorici. Di termodinamica.

Sì, Laura mi ha insegnato che per essere davvero grandi, per dimostrare di avere i numeri, bisogna essere umili. Non l’ho più dimenticato.

Questo sito utilizza cookies tecnici, cookies analytics e cookies di terze parti (altri siti e piattaforme web) per il monitoraggio delle visite al sito, la condivisione dei contenuti sui social network, la compilazione automatica di moduli e/o la visualizzazione di contenuti multimediali. Continuando a navigare acconsenti a usare eventuali cookie presenti in siti esterni a cui sono attivi dei collegamenti che, comunque, sono attivati volontariamente.