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Le varie classifiche degli atenei, realizzate in Italia o all’estero, che negli ultimi anni si vanno diffondendo nei media si trovano spesso in disaccordo  sui risultati puntuali.

Atenei che in alcune di queste liste risultano conquistare ottime posizioni, si vedono catapultati nella media in altre, e vicevèrsa.

La polemica imperversa sui criteri utilizzati e non sempre il paniere di indicatori usato risulta affidabile o equilibrato. Ciononostante, tutte queste classifiche, oggetto spesso di riferimenti impropri, sembrano invece convergere su un solo punto: il globale arretramento delle universitarie meridionali, che si trovano sempre dietro a quelle del Centro-Nord. Si tratta, ripetiamo, di classifiche che tengono conto di dati medi e di parametri assai vari, e che non escludono quindi l’esistenza di eccellenze al Meridione, che di fatto esistono e sono ovviamente tante. Al di là di tutti questi distinguo, però, il punto comune è un dato significativo che rimane, e che, per la popolarità di queste classifiche colpisce pericolosamente l’opinione pubblica, con evidenti ricadute sulle decisioni degli studenti meridionali, che sempre più spesso affollano le università del Centro-Nord. Si vedano a tale proposito i più noti ranking internazionali come quello di Leiden, interamente basato su dati freddi, o quello di Shanghai, che considera un paniere di indicatori che include anche una componente reputazionale. Per quanto riguarda il panorama italiano, si segnala la recente classifica del Sole24ore, che tanta influenza ha sulla scelta delle famiglie circa l’indirizzo da dare ai giovani e che colloca agli ultimi posti le università campane, tra cui la Federico II, la principale università del Sud. Unica eccezione, l’Università di Salerno, che invece riesce a ottenere ottimi risultati praticamente in ogni classifica, nazionale o internazionale. Infine, se si guarda agli ultimi esercizi di valutazione (VQR), di nuovo emerge una globale subalternità degli atenei del Sud rispetto a quelli del Centro-Nord. E’ vero, nell’ultima tornata c’è stato un certo recupero delle università meridionali. Ma non è affatto chiaro se questo sia dovuto ad un improvviso aumento della qualità della ricerca prodotta o, più probabilmente, ad un forte cambio delle regole di valutazione operato dal ministero nel passaggio da un esercizio di valutazione all’altro.

Al di là delle polemiche operate da chi per vari motivi rigetta tutte queste classifiche in toto, esse riflettono uno stato di maggiore arretratezza della ricerca in Meridione e disegnano una polarizzazione del sistema universitario italiano che si può ormai considerare come un dato di fatto. Se ne parla ancora poco, soprattutto sui principali giornali nazionali (che però sono tutti al Centro-Nord) ma è forse “il problema” dell’università italiana oggi.

C’è di peggio. L’attuale sistema premiale tende a distribuire le risorse statali in funzione della performance nella ricerca. L’applicazione di criteri del genere, senza una sorta di gabbia territoriale che assegni un minimo di finanziamento a singole macroregioni (come proposto dal Gruppo 2003 e come per esempio avviene in UK, dove la dualità Nord-Sud si ripresenta a ruoli invertiti), tende allora a rafforzare l’attuale polarizzazione. Si tratta di una situazione drammatica, che si colloca all’interno della più generale situazione drammatica che riguarda tutto il sistema universitario italiano, che ha subìto una contrazione generale da ogni punto di vista. Iscrizioni, numero di laureati, numero di docenti, finanziamenti, tutto in calo e con percentuali che vanno dai 15 ai 20 punti percentuali nel periodo 2008-2016. Si tratta evidentemente di un dato che ci pone in forte controtendenza con tutti i nostri competitor e che pone le basi per un declino ancora più rapido di quello che molti già indicano come in atto da parecchi anni.

Le cause all’origine della situazione meridionale sono peraltro note; conviene richiamarle brevemente. La presenza di fattori storici e sociali penalizzanti, di un tessuto imprenditoriale meno sviluppato, di un’economia meno forte e infine di una cultura scientifica meno diffusa, sono evidentemente fattori gravemente penalizzanti. Inoltre, non fa buon gioco una certa ritrosia di accademici che non sono di origine meridionale a trasferirsi e lavorare al Sud, che non permette quindi di importare nuove energie. In questo senso la situazione è aggravata dalla mancanza di incentivi economici alla mobilità universitaria (che va incentivata economicamente, non a parole). Infine, e questo mi pare un dato rilevante, una certa volontà politica di accentrare maggiori risorse nel Centro-Nord, con particolare riguardo alla Lombardia e alle zone circostanti (non a caso, le zone più produttive del paese). In questa direzione si inseriscono anche iniziative come la fondazione di nuovi istituti ed enti, realizzati tra l’altro senza adottare le usuali pratiche competitive e valutative della comunità scientifica, come IIT e Human Technopole, rispettivamente a Genova e Milano.

C’è però anche il classico “fronte interno”: l’accademia meridionale non sembra volersi molto bene. I mali classici dell’università italiana appaiono acuirsi quando si guarda agli atenei del Sud. Per esempio, clientelismo e soprattutto endogenia (“inbreeding”); quest’ultima, da sempre ricetta sicura per l’insuccesso nella ricerca ed elemento di forte provincializzazione accademica. Personalmente, non posso non ricordare l’evoluzione di alcune scuole scientifiche napoletane, tra cui quella di Matematica, che si trovava ai vertici mondiali negli anni 30-40, grazie alla presenza di Renato Caccioppoli e a un gruppo di suoi valenti collaboratori. Alla prematura e tragica dipartita di Caccioppoli seguì un rapido declino, dovuto essenzialmente ad una poco lungimirante gestione improntata all’endogenia e allo scarso afflusso di idee e persone nuove dall’esterno. Una ripresa si è avuta negli ultimi anni non a caso grazie al lavoro di Carlo Sbordone – che si era specializzato a Pisa sotto la guida di Ennio De Giorgi – e soprattutto grazie a quello del suo allievo Nicola Fusco, probabilmente la figura di maggior spicco nella matematica napoletana  dai tempi di Renato Caccioppoli, che persegue una strategia politica di apertura e qualità.

Come ovviare a queste problematiche e dare inizio a un forte rilancio scientifico a livello internazionale? Senza disegnare grandi quadri tanto generali quanto irrealizzabili, vale la pena concentrarsi per ora su una proposta più circoscritta alla ricerca di base, che richiede per propria natura anche minori finanziamenti. Si tratta allora di perseguire un obiettivo duplice: creare un ambiente “research friendly” e di grande qualità per coltivare e valorizzare i talenti locali da un lato. Dall’altro, creare le condizioni per attrarre talenti da fuori e creare quella circolazione di persone che al momento mi sembra mancare nelle università meridionali e, in particolare, in quelle napoletane.

Se si guarda alla ricerca di base di eccellenza, notiamo che al Centro-Nord, operano due autentiche fucine di giovani talenti  come la Scuola Normale Superiore di Pisa e la SISSA di Trieste. Si tratta di centri universitari superiori, dove è incardinato un certo numero di professori, inquadrati nei ranghi della ordinaria docenza universitaria. Si tratta di esperienze importanti e felici, che hanno sfornato nei decenni un enorme numero di scienziati famosi e che hanno contribuito in modo determinate alla crescita della ricerca nel paese in modo importante. Sia chiaro, non si tratta di istituti modello IIT, con la maggioranza delle posizioni temporanee e dediti, almeno in teoria, a un certo tipo di ricerca finalizzata e industriale. Si tratta di veri e propri istituti universitari con una mission diversa: quella essenzialmente di avviare i giovani alla ricerca di eccellenza e, al contempo, quella di fare ricerca di eccellenza. Un obiettivo senz’altro raggiunto.

Istituti di questo tipo sono essenzialmente assenti al Sud e questa asimmetria costituisce senz’altro un’occasione mancata e una ulteriore fonte di ritardo. Io sono convinto del fatto che l’istituzione di due o tre istituti simili, in parte raggruppanti le migliori punte di eccellenza già presenti al Meridione, e, cosa ugualmente importante, destinati ad attrarre eccellenze da fuori, potrebbero realmente risollevare le sorti della Ricerca meridionale e lentamente fare sistema col resto delle università già presenti, avviando un circolo virtuoso di rilancio.

Come dovrebbero essere organizzate queste nuove istituzioni? Un punto cruciale è quello della loro fondazione. La governance di questi centri dovrebbe essere totalmente svincolata dalla politica, nazionale ma soprattutto locale, onde evitare prevedibili fenomeni di clientelismo. Allo stato iniziale, un board fondazionale dovrebbe essere nominato su indicazione delle società scientifiche senza alcuna interferenza esterna e costituito da importanti personalità scientifiche di garanzia. Pericoli in questo senso sono sempre in agguato. Un precedente negativo è stato dato recentemente dalle Cattedre Natta, iniziativa che sembra per ora essersi arenata, secondo la quale delle cattedre di eccellenza sarebbero state distribuite dal Governo essenzialmente in modo diretto. Una vera singolarità a livello internazionale creata proprio in nome dell’internazionalizzazione, in un classico gioco di equivoci tutto italiano. Questa iniziativa ha non a caso suscitato la disapprovazione di tutta la parte migliore della comunità scientifica italiana, mentre è stata caldeggiata da varie figure sempre a cavallo tra politica e gestione della ricerca.

La cosa non è impossibile e basta volerla. Un esempio, realizzato sul modello della SISSA, ci viene dall’Aquila, dove è recentemente sorto il Gran Sasso Science Institute (GSSI), una splendida realtà in cui si fanno ricerca e didattica di altissimo livello e in cui si formano giovani secondo i più alti standard internazionali. L’istituto è imperniato su una scuola di dottorato che coltiva principalmente Fisica, Matematica e Computer Science, ma che possiede anche una interessante sezione dedicata alle scienze sociali, con enfasi sugli studi regionali. La faculty è di livello altissimo e combina una minoranza di eccellenti scienziati locali con personalità di grande livello internazionale. L’organizzazione è molto efficiente, come ho avuto modo di appurare visitando recentemente il GSSI. Significativo è stato per me incontrare in quell’istituto giovani laureati a Napoli che hanno deciso di studiare lì e non in Campania per il loro dottorato, ivi trovando condizioni di lavoro e studio migliori. Questi giovani napoletani  lavorano insieme a giovani provenienti da tutto il mondo che si ritrovano al GSSI per il dottorato o per la specializzazione post-dottorale: Oxford, Cambridge, Bonn, Parigi alcune delle sedi di provenienza. Perché una realtà del genere sia sorta in Abruzzo, su iniziativa di alcuni importanti Fisici e Matematici Abruzzesi, e non per esempio a Napoli, rimane un mistero che disegna un forte punto interrogativo sullo stato della ricerca in Campania, al netto di tanti discorsi e annunci che si sono man mano andati accumulando negli anni. Una situazione su cui riflettere e dalla quale prendere spunto, per non rimanere irrimediabilmente indietro.


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