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Non sono arrivate con una pioggia di meteoriti, né a bordo di navicelle spaziali. Ma hanno conquistato ugualmente ogni angolo del pianeta e sono diventate una delle principali minacce per la biodiversità. Non hanno fatto tutto da sole, però, in quest’opera di distruzione di massa le specie aliene sono state aiutate dall’uomo.

Piante o animali, ma anche batteri e funghi, hanno valicato i confini del loro areale attaccati alla chiglia di una nave, imboscatinella stiva di un aereo, in una valigia, nelle acque di zavorra, o ancora sono stati introdotti appositamente per essere coltivati o allevati, per diletto, necessità o ornamento. E se è dall’alba dei tempi che la specie umana scarrozza con sé una serie di altri animali, piante e parassiti, è pur vero che nell’era della globalizzazione l’arrivo di specie aliene è diventato un serissimo problema.

Non stiamo parlando infatti di piante e animali che ampliano in modo naturale il loro areale, un processo che richiede molto tempo; ma di esseri viventi spostati e trapiantati da un giorno all’altro in nuove terre e nuove acque, potremmo dire quasi a casaccio. Con conseguenze spesso drammatiche per le specie autoctone, native del luogo, che hanno subito questa invasione. E sì, “invasione” in questo caso è proprio il temine giusto.

La maggior parte di questi “alieni”, infatti, non sono rimasti chiusi negli stabilimenti di acquacoltura, o in un vivaio,né sono arrivati nel “nuovo mondo” soli soletti, senza possibilità di costruirsi una famiglia. Le specie aliene sono sopravvissute al viaggio, lasciandosi alle spalle i loro predatori e parassiti naturali e spesso non ne hanno trovati di nuovi. Si sono ambientate e sono riuscite a sopravvivere e a riprodursi. Si sono – per dirla con il termine tecnico – stabilizzate, e in alcuni casi sono diventate invasive: sono cioè diventate una piaga per le specie autoctone. Hanno iniziato a sottrarre risorse trofiche o inserirsi nella catena alimentare come super predatori, ad alterare gli ecosistemi, e hanno persino introdotto patogeni letali per le specie autoctone. Proprio come gli europei fecero con i nativi americani. Insomma si capisce bene che di fronte agli “alieni” la flora e la fauna autoctona, spesso endemica, si è trovata in difficoltà e in alcuni casi è andata incontro all’estinzione, anche in tempi rapidissimi.

Basta fare un rapido calcolo per avere contezza del fenomeno. Secondo le stime almeno una specie aliena su 100 diventa una Invasive Alien Species (IAS): una specie invasiva. Può sembrare poco, ma se pensiamo che negli ultimi 30 anni, solo in Europa, il numero di specie aliene è cresciuto del 76% arrivando a quota 12.000 specie si capisce bene che i numeri sono da capogiro. Un conto, poi, è considerare un continente intero come l’Europa, un altro è considerare le isole: è qui che l’impatto delle specie aliene invasive mostra tutta la sua potenza devastatrice. Qui le specie native non possono rifugiarsi, spostarsi, e spesso non conoscono predatori e non hanno armi (evolutive si intende) per difendersi. Come nel caso dell’isola di Guam dove prima dell’arrivo del serpente arboricolo marrone (Boigair regularis), originario della Papua Nuova Guinea, nessuna specie endemica aveva mai visto un serpente degno di questo nome, cacciatore letale e vorace di uova e di pulli. Ed è così che in soli 40 anni il serpente arboricolo marrone si è reso responsabile dell’estinzione di ben 12 specie di uccelli dall’isola di Guam.

Oltre agli uccelli di Guam, anche le coloratissime chiocciole endemiche delle Hawaii non avevano mai visto un predatore fino all’arrivo nell’arcipelago della famelica lumaca lupo (Euglandina rosea), importata di proposito. Così pure le chiocciole hawaiane hanno pagato cara la loro “inesperienza”: circa il 90% delle oltre 750 specie di chiocciole di terra native delle Hawaii sono scomparse predate dalla lumaca lupo. E quelle che sono sopravvissute sono sull’orlo dell’estinzione e sono inserite nello Snail Extinction Prevention Program.

Il problema delle specie aliene, però, non è cosa recente. Ma, come detto, negli ultimi tempi ha subito un’importante accelerazione. Secondo uno studio da poco pubblicato su Frontiers in Ecology and the Environment le specie aliene sono state il fattore chiave circa nel 42% dei casi di estinzione verificatisi fino a oggi dal 1500. Stando ai dati dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, l’IUCN, in cinque secoli abbiamo perso 930 specie e in 300 di queste estinzioni le specie aliene hanno giocato un ruolo importante. Ma c’è di più: nel 42% di questi 300 casi, le specie aliene nonavevano altri “alleati” nell’estinzione, ne erano le uniche responsabili. E se guardiamo solo alle isole il tasso può salire oltre il 50% dei casi.

Di quanto abbiamo perso e stiamo perdendo, però, ce ne accorgiamo solo da pochi anni, con il solito ritardo connaturato alla biologia della conservazione. Non a caso Michael E. Soulé, fondatore di questa disciplina, l’ha definita “scienza della crisi”: si arriva sempre all’ultimo, in situazioni emergenza, a porre rimedioal disastro, quando la situazione è già grave. Così si progettano interventi di eradicazione delle specie aliene, programmi di conservazione e reintroduzione di specie endemiche o nuovi regolamenti. Eppure, a volte, la natura arriva prima di noi a “riparare” gli ingranaggi, a trovare nuove soluzioni.

È il caso dell’isola hawaiana di Oahu e dei suoi uccelli frugivori che sono stati soppiantati quasi completamente da altrettante specie aliene di volatili. Di norma, l’arrivo di specie invasive – qualsiasi esse siano – ha sempre provocato uno sconquasso nell’ecosistema dell’isola del Pacifico. Ma stavolta non è andata proprio così, come spiega un gruppo di ricercatori americani su Science. I nuovi arrivati si sono ambientati, si sono riprodotti ehanno anche sostituito le specie di volatili endemiche anche nel loro compito principale: disperdere i semi delle piante autoctone di Oahu.

Le Hawaii sono tra le isole che hanno perso più biodiversità per l’arrivo di specie aliene invasive, importate dall’uomospesso consapevolmente. Molte specie di uccelli hawaiani si sono estinte nell’ultimo secolo e al loro posto sono arrivati l’usignolo del Giappone (Leiothrix lutea), l’occhio bianco o occhialino giapponese (Zosteropsjaponicus) e il bulbul di mustacchi rossi (Pycnonotusjocosus) dall’Asia.

 

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Usignolo del Giappone (Leiothrix lutea).

 

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Occhio bianco giapponese (Zosterops japonicus).

 

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Bulbul dai mustacchi rossi (Pycnonotus jocosus).

 

Il team guidato da Vizentin-Bugoni ha quindi raccolto oltre 100.000 campioni fecalidei “nuovi arrivati”e ha scoperto così che oggi le piante native di Oahu dipendono quasi esclusivamente dai nuovi pennuti invasori per la dispersione dei semi. Mentre le specie indigene di uccelli ancora presenti sull’isola disdegnano quasi del tutto i frutti delle piante native di Oahu.

La dispersione dei semi è uno dei servizi eco sistemici indispensabili e per la prima volta questo delicato compito è passato nelle mani di una, anzi più specie aliene che hanno occupato la nicchia ecologica delle specie autoctone, quasi alla perfezione. E non è una cosa scontata: gli uccelli frugivori endemici di Oahu si sono coevoluti con le piante autoctone dell’isola, cosa che ovviamente non hanno avuto il tempo di fare le specie aliene di uccelli. Questi ultimi avrebbero potuto ignorare i frutti, essere molto sedentari e non disperdere i semi, o ancora i semi avrebbero potuto non sopravvivere nel tratto gastro-intestinale degli uccelli alieni.

Dunque a piante e uccelli, in questo caso, non è servito condividere una storia evolutiva comune per diventare gli uni indispensabili alle altre e generare una nuova rete ecosistemica complessa. I semi rinvenuti nei campioni fecali delle specie aliene di uccelli appartenevano a piante come il pūkiawe (Leptecophylla tameiameiae), il māmaki (Pipturus albidus) e l'Ie'ie (Freycinetia arborea): tutte piante endemiche, snobbate dalle specie endemiche di uccelli rimaste ad Oahu.

Per la prima volta, quindi, uno studio è riuscito a dimostrare che le speciealiene possono integrarsi rapidamente nelle comunità native e anche bene. Possono contribuirepersino a colmare le lacune nelle reti trofiche dell’ecosistema e dunque a un processo di “restoration” per dirla come gli autori del paper, cioè a un ripristino dei ruoli ecosistemici.

Eppure a questo barlume di speranza, c’è un però. È vero che gli uccelli alieni a Oahu oggi sono praticamente gli unici responsabili della dispersione dei semi delle piante autoctone, che hanno in qualche modo “limitato i danni” del loro impatto, e svolgono un compito essenziale senza il quale altra biodiversità andrebbe perduta. Ma contemporaneamente la loro “buona azione” viene oscurata da un’altra malefatta: contribuiscono a diffondere le piante aliene, e in proporzioni più elevate rispetto alle piante autoctone. La speranza degli scienziati è quella di riuscire a “pilotare”la dieta delle specie aliene di uccelli, che non sembrano avere gusti troppo difficili. Vorrebbero provare a manipolare il comportamento di questi volatili, magari attirandoli con richiami o in altri modi, per cercare di invogliarli a mangiare più semi e frutti di pianteautoctone.

Dunque se alla luce di questo studio diventa ormai d’obbligo ripensare al ruolo delle specie invasive, almeno su quest’oasi hawaiana, persapere come davvero andrà a finire a Oahu ci tocca ancora aspettare.

 

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Hawaii.

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