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“Compatibilmente con i mezzi economici a disposizione” che è un po’ l’equivalente del detto napoletano “senza danari non si cantano messe”, è il ricorrente modo di spiegare, giustificandosi, perché si verificano danni e vittime. Ad esempio, perché a Napoli un albero spinto dalla violenza del vento uccide un povero giovane studente. Il quale non si dica che si trovava nel posto sbagliano nel momento sbagliato stava semplicemente dove doveva e voleva stare, nei pressi della sua Università, e vi stava quando voleva o doveva esserci perché il suo ruolo era quello di studente universitario.

Sta di fatto che soldi per realizzare opere che diano vivibilità all’ambiente e sicurezza al territorio ce ne sono sempre meno e sempre meno ne arrivano dal governo centrale alle amministrazioni periferiche: Regioni e Comuni.

Non conoscendone i contenuti non so che cosa si dica di ambiente nel cosiddetto “contratto di governo” stipulato dai partiti che dal 4 marzo sono stati chiamati a governare il Paese. E, meglio ancora, non so o non ricordo che cosa, su questo tema, sia stato promesso all’elettorato nella campagna elettorale. Fermo restando che fra il dire, il sottoscrivere, il promettere e il fare c’è di mezzo un oceano di inadempienze.

Come che sia i sindaci sono i responsabili della sicurezza, e in questo ruolo sono chiamati in causa l’indomani di un evento disastroso. Come quello che in qualche giorno di violenta serie di nubifragi ha distrutto, sterminandole per decenni, intere foreste e, nelle città, tra l’altro, ha provocato ben 7 morti per caduta di alberi. Alberi che, si dice, non sarebbero caduti se vi fosse stata la loro periodica manutenzione. È vero rispondono sindaci e assessori a questa osservazione, ma “senza denari…”

Però quei denari che non sono stati messi in bilancio per la manutenzione poi si devono necessariamente trovare per risarcire le vittime e riparare i danni. Quanto costa tutto questo? Quanto sarebbe costata la manutenzione? E quale è l’incommensurabile (perché non misurabile) costo “economico” della perdita di vite umane? E quale è la differenza tra spese di investimento e spese di riparazione?

Forse anche la Corte dei Conti questi conti dovrebbe farli e chiamare in causa chi e quanti fanno un danno allo Stato spendendo danaro pubblico (di quei cittadini i quali, sempre come si dice a Napoli, sono “cornuti e mazziati”) in modo superiore a quello che si sarebbe speso per evitare morti e danni materiali. Non solo, ma anche senza rimuovere le cause che hanno provocato vittime e danni che sono pronti a ripresentarsi quando vento e piogge un po’ più violente della norma dovessero riproporsi. E si riproporranno.

Giova ripetere queste cose? Sì giova. E non per poter poi dire “l’avevo detto” o per ripetere che la catastrofe era “annunciata e si poteva evitare”. Ma per far crescere il coro degli indignati e per evitare l’assuefazione che sconfina nel fatalismo e nella indifferenza. Perché c’è da fare e si può fare.

Intanto per “soccorrere” le popolazioni coinvolte sono riprese le “catene della fraternità” come ai lontani tempi delle esondazioni del Po nel Polesine (1951-1956) e come nei più vicini tempi (4 novembre 1966) della sommersione di Firenze. Certo bufere come quelle di questo drammatico ottobre/novembre nessuno se le ricorda. Il problema è che, magari con violenza diversa, si ripetono e trovano un’Italia sempre uguale: fragile, sguarnita e indifesa. E gli insegnamenti della natura sono come quelli della storia: non se li ricorda nessuno.

Quasi nessuno, per esempio, il 9 ottobre ha ricordato che 55 anni prima, il 9 ottobre del 1963 appunto, 270 milioni di metri cubi di roccia precipitarono nel bacino artificiale realizzato con la “diga del Vajont”. In quel bacino c’erano 115 milioni di metri cubi d’acqua che, travasando, investirono distruggendoli i sottostanti comuni di Longarone, Erto e Casso, Codissago e Castellavazzo. I morti furono 1.917; distrutti i comuni coinvolti.

Quasi nessuno lo ha ricordato. Ma almeno due lo hanno fatto: Bianca Berlinguer con il suo opinionista preferito Mauro Corona, nel settimanale programma televisivo Carta bianca. E, in modo molto più sintetico ed efficace, l’Internazionale nel numero 1280 del 1° novembre, nella rubrica delle “cartoline”. Questa volta era “Cartoline dal Vajont” di Michele Petrucci. È il comune di Longarone che parla nei primi dei dodici disegni di questa puntata di Graphic journalism. È un «paese giovane», così si presenta, perché «quello vecchio è stato spazzato via da 25 milioni di metri cubi di acqua e fango la sera del 9 ottobre di 55 anni fa». Vi si aggiunge «quello che resta di Erto… un centinaio di edifici per lo più ruderi abbandonati dopo che l’onda mi ferì quasi mortalmente». E chiude il responsabile, suo malgrado, di tutto lo scempio: il monte Toc: «mi hanno chiamato Toc che in friulano significa “marcio”. Ma i progettisti della diga e dell’invaso la sapevano più lunga: “Terreno eccezionalmente solido” affermò il geologo Pietro Caloi». Naturalmente gli fa eco la diga: «Sono la diga. Esempio di modernità ed efficienza, figlia di una serie di progetti sempre più ambiziosi, la più alta diga al mondo quando fui inaugurata», da quella altezza la diga fu scavalcata da un’onda di oltre 200 metri di altezza. E «da allora il mio unico scopo è il ricordo e il monito alla presunzione degli uomini».

Scienza e 2018 11novembre 1 Ugo Leone Diga Vajont   Scienza e 2018 11novembre 1 Ugo Leone Longarone dopo

La diga del Vajont e Longarone distrutto.

Figuriamoci. Anche la diga è presuntuosa. È la presunzione che bastavano quasi duemila morti e la distruzione di una diecina di comuni per evitare che disastri del genere o assimilabili, come tutti quelli provocati da alluvioni e frane, si traducessero in morti e danni materiali. Non è stato così e non mi illudo. Non ho, cioè, la presunzione di ritenere che dalle distruzioni di foreste, campagne, borghi liguri, e quartieri di più grandi città, si ricavi l’insegnamento necessario per creare gli strumenti di prevenzione per il futuro. Che è già domani.

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