fondoScienzae

Leningrado

Giuseppe Tornatore e Massimo De Rita
Cinema
Sellerio
2018
Pag. 361
euro 15

Italia e Russia. 2001-2004. All’inizio degli ’80 si parlò spesso del film che il grande Sergio Leone avrebbe voluto trarre da un volume sui 900 giorni dell’assedio di Leningrado (attenzione, non Stalingrado). Si incuriosì anche il giovane bravo regista Giuseppe Tornatore (Bagheria, 1956). Il progetto rimase incompiuto fin quando Leone morì nel 1989. A sorpresa, nel 1994 il produttore Grimaldi propose a Tornatore di riprendere in mano l’idea di Leone. L’ormai famoso regista ci rifletté e, per due volte, spiegò motivatamente perché non se la sentiva. Dopo vari altri anni e intrecci, nel 2001 iniziò a visitare San Pietroburgo per realizzare il film e nel 2004 terminò la sceneggiatura insieme a Massimo De Rita (1934-2013). Il film non è stato mai girato, ma ora “Leningrado” spiega chiaramente tutta la vicenda (Tornatore) e presenta la bella sceneggiatura ultimata (a quattro mani). Molto interessante, anche sul piano della storia, della musica (era là pure Šostakovič) e del mercato.


L’uomo dei dubbi

Ed McBain
Traduzione di Andreina Negretti
Giallo
Einaudi
2018 (orig. 1964 “He Who Hesitates”, prima edizione Mondadori 1967)
Pag. 195
euro 14,50

Isola. 13 febbraio 1964. Roger Broome, grande e grosso 27enne, artigiano del legno su a Carey (vicino Huddleston), dove vive solo con la madre, ha affittato una stanza alla vigilia di San Valentino, è in procinto di andare al distretto di polizia più vicino, deve segnalare un crimine, però è incerto. E lo resterà a lungo, mentre l’attività degli agenti dell’87° è sfocata sullo sfondo. “L’uomo dei dubbi” è il diciannovesimo romanzo della serie iniziata nel 1956, il primo davvero diverso nello svolgimento, una riuscita creativa sperimentazione narrata in terza con “una trama senza trama, una collocazione temporale claustrofobica”, come illustra Maurizio de Giovanni nella prefazione. Einaudi ha saggiamente deciso di ripubblicare qualche gran McBain, che, nato Salvatore Lombino, si chiamò Evan Hunter (1926-2005) e scelse uno pseudonimo per le serie dei gialli conosciuti in tutto il mondo. C’è un nuovo titolo (richiama l’originale) ma la stessa traduzione delle precedenti edizioni.


Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità

Gianrico Carofiglio (con Jacopo Rosatelli)
Politica
Edizioni GruppoAbele
2018
Pag. 109
euro 11

Italia. Discorsi pubblici. Fra l’estate e l’autunno del 2017 l’insegnante e ricercatore politico Jacopo Rosatelli (Torino, 1981) ha conversato con Gianrico Carofiglio, sollecitando risposte e riflessioni su argomenti connessi al fare politica. Carofiglio ha suggerito di iniziare da Gramsci, dall’invettiva lanciata esattamente un secolo prima dalle pagine del periodico socialista “La città futura” (era il febbraio 1917, l’Italia era in guerra), contestando sia chi rifiuta ogni impegno (allora come ora) sia chi pratica con attivismo vuoto e nevrotico solo il rancore (oggi patologicamente). Si susseguono continue rapide domande e risposte argomentate ma concise, appunti scintille pizzicotti, che molto spesso prendono spunto dalla citazione del passo rilevante o della parola-chiave di una singola personalità, acquisita da un romanzo o saggio o intervento che sia. Non si tratta di un saggio organico o di un trattato sistematico, piuttosto di un breviario con al centro la comunicazione politica, più o meno fattiva e chiara, articolato in quattro parti: indifferenza e rancore; menzogna e manipolazione; verità, sostantivo plurale; le parole e le storie. Il titolo deriva da un noto aforisma di Orwell (connesso pure alla frase di don Mazzolari e don Milani) sulla distinzione fra politici utopisti e politici realisti e sul camminare nel fango (o sullo sporcarsi le mani) per raggiungere l’obiettivo enunciato. L’intento non è informativo o filologico; in fondo al testo appare un’esauriente bibliografia con le fonti dei volumi citati, capitolo per capitolo, in ordine di apparizione. Le conversazioni sono state rielaborate e curate prima delle elezioni politiche italiane del 2018, il volume è tuttavia uscito subito il loro svolgimento. Come “tradurlo” per commentare gli sconvolgenti (non sorprendenti) risultati elettorali del 4 marzo spetterà dunque ai lettori, in particolare a quelli impegnati a gestire o fronteggiare il quadro politico assolutamente inedito e complesso della nuova fase.
Nel settembre 2015 Carofiglio (Bari, 1961), da quindici anni uno dei migliori scrittori italiani, ex magistrato ed ex senatore, pubblicò con meritato successo “Con parole precise. Breviario di scrittura civile” (Laterza). Riprende e approfondisce ora gli stessi argomenti in un piccolo volume (non a caso edito dal Gruppo Abele) chiarendo che chi “guarda il mondo da sinistra”, non può che arricchirsi di tanti altri punti di vista. Si dice convinto “che la storia si muova verso il progresso e che rispetto a questo progresso l’azione consapevole degli individui e delle collettività sia fondamentale, e dunque doverosa”. Critica, perciò, chi si astiene (anche dal voto) e chi aborrisce il compromesso (“pratica sana e… imprescindibile”). E fa ruotare tutto intorno al concetto di verità, pure rispetto agli errori che inevitabilmente si fanno. Spiega i quattro rigorosi precetti toltechi, per poi poter vivere la politica “con la giusta dose di distacco e anche di allegria”; in sostanza, essere seri ma non prendersi sul serio (richiamando implicitamente il pensiero ironico) e combattere di continuo l’ipertrofia dell’ego per cui ci si immedesima con la funzione, la carica, il ruolo. Molto spazio è dedicato alle notizie false (sempre esistite), ma anche al troppo “latinorum”, al principio isomorfico (non così definito) nella relazione fra il dire e il fare, alla distinzione fra privilegi ingiusti e legittime prerogative, al principio di responsabilità, all’ecologia del dialogo gentile, sempre con uso accorto e meditato delle parole, perché la verità è plurale. Nel lessico necessario inserisce, simbolicamente, giustizia ribellione bellezza scelta speranza, e insiste molto sul declinare i propri (radicali) valori con storie ed emozioni, capaci di parlare a tutti i sensi e a quante più possibili motivazioni di individui e collettivi.


La musica vuota

Corrado Dottori
Avventura, sentimentale
Pequod
2017
Pag. 230
euro 18

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.
Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico “Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente”, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.


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