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Poiché in questi ultimi trimestri la variazione del nostro Pil non ha più il segno negativo e poiché questa variazione temporale del Pil nei trimestri più recenti sta superando i precedenti modesti andamenti, si è pensato di poter affermare che siamo usciti da quella crisi economica in atto, almeno nel nostro paese, da svariati decenni.

In un’economia come la nostra, compresa in un sistema di accordi quali quelli che danno luogo all’Unione europea, oltre che alle ovvie connessioni con l’economia internazionale, affermare che un segno positivo davanti al valore della variazione del Pil possa significare un andamento positivo di quella economia è, in maniere evidente, un’ipotesi che richiede di essere verificata e dimostrata. Su questa questione, peraltro, ci si è già soffermati varie volte[1]. C’è, infatti, la concreta possibilità che a quella forzatura ottimistica possa corrispondere una diagnosi errata e, quindi, quel che sarebbe più grave, anche una terapia errata, che, di conseguenza, dovrebbe essere rapidamente corretta. Dalla Figura 1 è del tutto evidente che a partire almeno dalla metà degli anni ’90, gli andamenti del nostro Pil pro capite sono nettamente e crescentemente inferiori a quello dei 19 paesi dell’Unione Europea. Confrontare gli andamenti del nostro Pil con l’andamento del Pil dei paesi nostri vicini rappresenta, dunque, la prima verifica di quella ipotesi ottimistica. Il fatto che questo divario esista e si conservi da svariati anni dovrebbe confermare, dunque, la necessità di una revisione critica di quelle affermazioni ottimistiche. A questo fine è necessario, anche per evitare considerazioni paraideologiche, cercare di individuare quando e cosa è capitato al nostro sistema socioeconomico che ne ha differenziato il comportamento rispetto a quello dei paesi nostri partner europei. Dalla Figura 1 si evidenzia l’esistenza sin dagli anni ’90 di un divario nell’andamento del Pil ma per cogliere una origine occorre risalire ad anni precedenti.

 

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Figura 1. Andamento del Pil pro-capite (Fonte: OECD).

 

Misurando, quindi, l’andamento delle variazioni percentuali del Pil dell’Italia e della UE19 (Figura 2) si rileva una discontinuità con origini nella seconda metà degli anni ’80 e con un progressivo ritardo nella crescita del Pil del nostro paese a partire da quegli anni.

 

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Figura 2. Variazione percentuale del PIL.

 

Se, dunque, gli anni del cambiamento nel comportamento economico del nostro paese rispetto a quello dei paesi nostri consimili appare ragionevolmente come quello indicato e cioè la seconda metà degli anni ’80, il fenomeno che si verifica in questi anni è rappresentato da un cambiamento in negativo della competitività del nostro sistema industriale; in particolare questo ritardo nella crescita del Pil italiano trova una conferma nell’andamento della competitività tecnologica misurata, ad esempio, in termini di percentuale di ricercatori sul totale degli addetti impegnati dalle imprese (Figura 3).

 

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Figura 3. Numero percentuale di ricercatori ogni mille addetti nel sistema delle imprese industriali (Dati: OECD).

 

Come si vede i dati indicano, partendo dai primi anni ’80, nel caso del nostro paese un andamento parallelo ma inferiore a quello degli altri paesi. Ma a partire dalla fine degli anni ’80, mentre gli altri paesi accentuano il loro impegno tecnologico, il sistema delle imprese italiane si ferma e, anzi, per una quindicina di anni riduce quell’impegno.

Lo scenario che emerge da queste prime considerazioni sembra corrispondere, da un lato all’esistenza di una politica industriale arretrata ormai da alcuni decenni e, dall’altro, alla scelta di una competitività di prezzo a fronte di una scelta di competitività tecnologica da parte dei paesi UE19. L’andamento negativo della bilancia commerciale nei prodotto ad alta tecnologia, contrariamente a quanto si verifica da parte dei paesi avanzati (Figura 4), conferma questa differente scelta di politica economica da parte delle nostre imprese.

 

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Figura 4. Saldi Bilancia Commerciale Prodotti HT ($) (Fonte: Osservatorio ENEA).

 

Questa questione della relazione tra lo sviluppo tecnologico e lo sviluppo economico-sociale viene trattata a livello politico sin dal 1945 quando Vannevar Bush, consigliere del presidente USA F. C. Roosevelt, delinea una stratigraphy di sviluppo post bellica basata sull’economia della conoscenza. Poiché, come ci ricorda Pietro Greco, la ricetta di Bush «è ancora applicabile»[2], rinviamo, per le questioni di merito, a quel lavoro, spostando l’attenzione su un interrogativo e cioè sul come mai nel nostro Paese quella ricetta non solo resta di fatto ignorata ma, anzi, viene praticata all’incontrario sino al punto di considerare la spesa pubblica in Ricerca un onere da ridurre con provvedimenti vari – dal turnover del personale, ai vincoli di bilancio nella sostituzione dei pensionati, ai blocchi contrattuali, alle riduzioni dei finanziamenti, ecc. – ma tutti convergenti verso questo obiettivo.

Ancora più significativo appare l’andamento della spesa delle imprese in R&S che, infatti, dalla metà degli anni ’80 abbandonano la progressione di questa spesa, contrariamente a quanto si verifica nei paesi avanzati. Tutto questo in coerenza con le politiche industriali perseguite che tendono, invece, ad incidere sul costo e sulla flessibilità del fattore lavoro. In definitiva mentre si persegue una politica di accentuazione della competitività del fattore lavoro, si subisce senza interventi correttivi una riduzione della competitività tecnologica.

Si aprono, a questo punto, una serie di questioni che verranno qui di seguito solo accennate poiché ognuna di queste meriterebbe un’analisi e una riflessione specifica, per essere poi ricondotte alla questione generale del ritardo di elaborazione in materia di politica economica e industriale, con tutto quel che ne consegue, da parte della sinistra. Un ritardo che nel caso dello sviluppo tecnologico rischia di emarginarla da ogni possibile ruolo politico, non essendo possibile affrontare le logiche negative dello sviluppo tecnologico con le politiche della conservazione; anche perché il conseguente ritardo si coniuga strettamente con quello sul versante dell’analisi sociale, con una visione del “proletario” come soggetto immutabile e conservatore, come se al di fuori di quella visione ci possa essere solo una concezione “capitalistica”, mentre è vero esattamente il contrario. Un ritardo che nel nostro paese assume delle dimensioni tali da concorrere, non a caso, alla sua collocazione sul fondo delle classifiche dei paesi sviluppati e ai margini della dinamica dello sviluppo. L’andamento del numero degli addetti alla ricerca nel settore industriale (Figura 1) riassume questa nostra situazione in termini tali da rendere evidente le difficoltà se non, ormai, l’impossibilità di un recupero economico basato sulla capacità del sistema produttivo privato e, quindi, senza un forte e specifico intervento del livello pubblico. Nel momento che per cause internazionali – moltiplicazione dei prezzi petroliferi e avvio di una nuova rivoluzione tecnologica – si determina la necessità di una scelta in materia di utilizzo delle conoscenze scientifiche ai fini dello sviluppo, il nostro paese, come si è visto, compie una scelta differente, di conservazione della struttura produttiva preesistente.

Nel nostro caso il divario, sulla bilancia commerciale in materia di prodotti ad alta tecnologia, si pensa di compensarlo con lo strumento della svalutazione della lira, sino al momento che anche questo viene a mancare a seguito dell’avvento dell’unione monetaria europea e, quindi, accentuando, dai primi anni 2000 in poi, il nostro divario di sviluppo.

Occorre segnalare che solo in anni più recenti sono, finalmente, incominciate ad apparire analisi e riflessioni, anche autorevoli, nelle quali la considerazione verso gli effetti della globalizzazione e del progresso tecnologico assumono un ruolo centrale nell’analisi della crisi del nostro Paese.

Ad esempio Fabrizio Onida in una Nota del 13 settembre 2012 rivolta al Rapporto coordinato per conto del Governo da Francesco Giavazzi, si domanda, forse con una certe retorica, se «al di là dell’entità dei (pochi) incentivi disponibili per le imprese, vogliamo seriamente ripensare a qualche progetto tecnologico trasversale che valorizzi taluni nostri vantaggi competitivi già esistenti (es. meccatronica e robotica, bio-scienze, nuovi materiali), cofinanziato dal settore privato e guidato da personaggi di indiscussa competenze e indipendenza? Vogliamo rivedere in questa luce ruolo e missione operativa delle istituzioni pubbliche di ricerca, a cominciare da Cnr, Infn, Enea, Iit?» (http://Sole24Ore).

Scrive inoltre Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, in un intervento alla Fondazione Cini nel gennaio 2018 che «I benefici della globalizzazione e del progresso tecnologico… non sono stati distribuiti equamente né tra le famiglie all’interno di ogni paese… né tra i Paesi. L’Italia è tra quei paesi che sono stati colti impreparati dall’arrivo di questi fenomeni». Si tratta di un cambiamento di analisi fondamentale ma che non può cambiare gli effetti di un’impreparazione che, durata alcuni decenni, non è più eliminabile con qualche decreto più o meno elettorale o con qualche incentivo finanziario risultato, già in precedenti tentativi, privo di un qualche, anche minimo, effetto. Peraltro la politica ufficiale è ancora espressa da quella impreparazione culturale e da quegli interessi economici non in grado di impostare un positivo quanto necessario rapporto con le strutture della ricerca pubblica.

Ne sono la prova quelle trecento e passa pagine che, sottoscritte dal Ministro dello sviluppo e dal Ministro dell’ambiente a metà 2017, costituiscono un proposta di Nuova Strategia Energetica; una strategia che, per la verità, non si accorge nemmeno che il nostro paese sta incentivando l’acquisto all’estero degli impianti fotovoltaici con un conseguente maggior costo del kwh prodotto e con un onere sulla bilancia dei pagamenti che potrebbe invece, nel caso specifico, essere ridotto a zero e a vantaggio anche dello sviluppo qualitativo e quantitativo del fattore lavoro. E non si accorge nemmeno che la difesa dell’uso del metano dovrebbe, come minimo, tener presente i maggiori oneri ambientali in termini di effetto serra, connessi con le relative perdite di quel gas nei circuiti di trasmissione.

In definitiva continua a crescere l’accumulazione dei ritardi con effetti non rimediabili con le solite politiche degli incentivi dal momento che, ad esempio, non è così che si realizzano quelle nuove strutture capaci di affrontare la Programmazione dell’Innovazione, cioè la capacità di realizzare nuovi prodotti/processi scelti e valutati a tavolino sapendo che il cumulo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche sarà tale da consentirne la realizzazione. Uno strumento che presuppone l’esistenza non solo di un Sistema Nazionale dell’Innovazione, ad oggi inesistente, ma anche di una capacità analitica e di studio in grado di articolare le valutazioni, le scelte e le partecipazioni. Un’operazione che metta in evidenza, tra l’altro, la questione del controllo sociale dello sviluppo tecnologico in base non solo a valutazioni d’interesse economico generale ma anche dei rischi di varia natura altrimenti difficilmente evitabili se quel potenziale innovativo viene lasciato libero di manifestarsi senza una valutazione e un controllo preventivo.

Non è certo questa l’occasione per percorrere questa storia plurisecolare, se non per evidenziare come la sinistra non abbia potuto incidere, se non raramente, sulle scelte produttive ma piuttosto si sia spesa per accrescere le condizioni economiche di quel proletariato, sino alle situazioni attuali che, insieme alla fruizione dello stato sociale – dall’istruzione alla pensione, alla sanità e alle conseguenti modificazioni della domanda – ne hanno avvicinato le condizioni a quelle del ceto medio.

Questo a sua volta è stato coinvolto nelle logiche dello sviluppo capitalistico e nella conservazione del saggio di profitto per cui, attualmente, le condizione economiche dei membri della classe operaia si confondono con molte di quelle degli appartenenti a questo ceto medio.

Per entrambi resta valida la condizione sociale subalterna per cui esiste un ceto capitalistico e imprenditoriale al quale viene assegnato il compito di “comandare” non solo sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta, ma anche nelle logiche stesse dell’ubbidire in termini “del se lavorare, del come lavorare e del cosa fare”, e un ceto subalterno dove il livello di subalternità sociale ed economica è il fattore unificante tra ceto medio e classe operaia.

Poiché nella realtà della situazione italiana il ricorso all’intervento pubblico non viene più contestato ma piuttosto s’intende gestirlo per evitare che le decisioni conseguenti modifichino i ruoli sociali degli attori (le nuovo bozze della Strategia Energetica Nazionale ne sono un esempio molto chiaro) è opportuno ricordare che il ritardo accumulato dal nostro paese è una conseguenza dei limiti culturali della nostra attuale classe dirigente per la quale le spiegazioni del ritardo competitivo del nostro paese sono da ricercare sempre e solo nei difetti dell’azione pubblica: tempi troppo lunghi, corruzione, scarsa competenza, costi eccessivi, sottogoverno, ecc. Non si tratta certo di negare l’esistenza di questi “malfunzionamenti”, quanto piuttosto di mettere ordine tra cause ed effetti.

A questo punto è opportuno assumere la plurisecolare visione dei valori dell’eguaglianza e della libertà come capisaldi di una visione di sinistra dal momento che, altrimenti, navigando senza storia e senza memoria, non solo si può mettere in discussione quei valori ma, ed è un aspetto essenziale, la loro esistenza, il loro sviluppo e la loro realizzazione. Se la sinistra non organizza queste funzioni e questi strumenti a livello pubblico, dovrà necessariamente perdere anche ogni influenza in materia di distribuzione delle ricchezza e, a maggior ragione, dei ruoli sociali.

L’azione di promozione di quei due capisaldi si è sviluppata, per motivi comprensibili, essenzialmente sulle condizioni economiche della classe operaia, piuttosto che quella relative all’articolazione dei ruoli sociali. Sulle condizioni economiche di “vendita” del lavoro si è concentrata l’azione della sinistra e del sindacato, trovando qualche margine anche nella logica del saggio di profitto per cui dovendo accrescerlo o anche solo conservarlo, il capitale doveva, alle volte, affrontare la crescita quantitativa ma anche qualitativa del cosiddetto proletariato.

Volendo concludere momentaneamente con una breve indicazione delle linee politiche da assumere inizialmente per intraprendere un percorso di ammodernamento politico, economico e sociale del nostro sistema produttivo, partendo dalla formazione per arrivare alla competitività internazionale e alle logiche della qualità dello sviluppo, è possibile indicare un primo elenco di iniziative e di decisioni politiche:

  1. Istituire una Segretariato presso la Presidenza del consiglio con il compito di coordinare la presenza del paese nelle sedi europee e in quelle internazionali connesse con la definizione/attuazione degli indirizzi strategici in materia di R.S.I; curare la definizione e il coordinamento della nostra partecipazione nei Progetti R.S.I. multidisciplinari;
  2. Assicurare una crescita del finanziamento a tutte le strutture pubbliche di ricerca con un aumento minino del 10% annuo per i prossimi cinque anni, assicurando comunque una quota di questi finanziamenti alle attività di ricerca fondamentali e libere. Creare uno strumento scientifico-finanziario in grado di valutare e assicurare le necessità finanziarie connesse con l’attuazione delle fasi finali dei processi innovativi e competitivi.
  3. In materia di formazione, dalla scuola materna a quella dell’obbligo, sino all’ottenimento della laurea, il Ministero della P.I. oltre a valutare le dotazioni necessarie sia in materia di insegnanti che di studenti, dovrà sviluppare tutte le iniziative tese a promuovere le logiche connesse con la natura pubblica di tale formazione.
  4. Rinnovare il quadro dirigente delle strutture pubbliche di R.S.I. in coerenza con i nuovi obiettivi posti a tali strutture e inserire la rappresentanza dei ricercatori nella gestione di tali organismi; definire le norme generali del rapporto di lavoro per tutti i dipendenti degli enti nazionali di ricerca e, da parte del Ministero della P.I., sentito il Segretariato, le relazioni contrattuali relative a tutto il personale delle scuola e dell’università
  5. Avviare la costruzione di una politica europea unitaria tra le forze di sinistra incominciando dalle relazioni sociali, dalla costruzione di una comune etica del lavoro e del capitale, dal controllo della politica finanziaria e dalla comune specificazione delle norme ambientali.

 

Note

[1] L’ultima è rappresentato da una breve nota: Sergio Ferrari, Dal declino economico alla riforma della Costituzione, ospitata nel sito de Associazione Paolo Sylos Labini, 8 novembre 2016.

[2] Pietro Greco, Per un programma di Governo dell’economia della conoscenza, Centro Studi Città della Scienza, Napoli, 11/12/2016.


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