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Sono piccoli fazzoletti di terra che emergono dal blu profondo del mare, profumate dall’odore della salsedine e dalle essenze della macchia mediterranea. Molte sono densamente abitate, qualcuna invece ha resistito meglio alla mano dell’uomo. Altre ancora sono poco più di uno scoglio disabitato. Ma tutte le isole del Mediterraneo, oltre 3.000, rappresentano una sosta obbligata per il popolo migratore per eccellenza: gli uccelli.

Ogni primavera milioni di uccelli migratori intraprendono un viaggio lungo e pericoloso, diretti in tutta fretta verso Nord. Partono dai luoghi dell’Africa in cui hanno trascorso l’inverno e arrivano in Europa e oltre, fino alla Siberia. Molti di loro sono piccoli passeriformi, che pesano poco più di 10 grammi e percorrono anche più di 10.000 km in volo per tener fede alla “promessa del ritorno”: arrivare ogni anno nello stesso luogo in cui sono nati per nidificare a loro volta. Poi, verso la fine dell’estate partiranno di nuovo, stavolta con più calma e diretti a Sud per tornare ai loro quartieri di svernamento.

La migrazione degli uccelli è infatti un movimento pendolare e stagionale, tra i quartieri di riproduzione e quelli di svernamento. Ma se noi Europei possiamo osservare la migrazione solo in determinate stagioni, dal punto di vista degli uccelli questa dura quasi un anno intero. E potremmo persino dire che trascorrono una vita intera in viaggio. Per esempio la cannaiola verdognola – un piccolo passeriforme che, come dice il nome, nidifica tra i canneti – impiega 3 mesi per raggiungere l’Europa in primavera e 5-6 mesi in autunno per tornare in Sud Africa. È impegnata a migrare per circa 9 mesi l’anno: non male per una manciata di penne e piume che pesa circa 13 grammi.

In ogni caso per affrontare il viaggio migratorio e tener fede alla famosa promessa del ritorno, gli uccelli migratori hanno bisogno di una strategia.

Bisogna incamerare le giuste riserve energetiche, allenare i pettorali a un lungo volo, calcolare e adeguare la rotta da seguire, sfuggire ai predatori, schivare i pericoli e magari fermarsi a riposare di tanto in tanto. Per fortuna, quasi tutti questi calcoli sono affidati al patrimonio genetico, forgiato da milioni di anni di evoluzione.

Così quando le giornate iniziano ad allungarsi – o ad accorciarsi in autunno – gli uccelli iniziano a modificare il loro comportamento. Innanzitutto, proprio come noi ci fermiamo a fare il pieno dal benzinaio, iniziano ad accumulare le riserve energetiche sufficienti ad affrontare il viaggio. Entrano così in una fase detta di “iperfagia”: mangiano di più e più spesso, a volte anche cambiando completamente tipo di alimentazione [1]. Lo fanno per mettere su velocemente peso e accumulare il grasso che bruceranno – come carburante – durante il volo.

Molti poi cambiano il loro ritmo vitale. Come presi da un’improvvisa insonnia, trascorrono la notte in volo e riposano di giorno. Lo fanno per esempio i piccoli passeriformi, in modo da evitare i loro predatori: i rapaci, che invece sfruttano le correnti d’aria calda per migrare e portarsi ad alta quota, senza dover procedere in volo battuto. Allenano poi i muscoli del volo, i pettorali. Tutti questi processi sono conosciuti con il nome di zugunruhe o “inquietudine migratoria”, osservabile direttamente se si tiene un migratore in gabbia quando è in procinto di partire: trascorrerà tutta la notte volando, o almeno provandoci, mantenendo la giusta rotta.

Una volta partiti, infatti, alcuni migratori seguiranno una rotta innata, altri la rotta che hanno appreso dai genitori. Altri ancora l’insieme delle due. Alcuni viaggeranno da soli, altri in piccoli gruppi, magari di più specie simili e altri ancora in stormi unispecifici enormi e vocianti.

Ma tutti, o quasi, nel viaggio tra Africa ed Europa, dovranno attraversare tre enormi barriere ecologiche: il deserto del Sahara, il Mar Mediterraneo e le Alpi.

Il deserto, per quanto sia per antonomasia uno dei luoghi più inospitali del Pianeta, è pur sempre terraferma su cui riposare anche all’ombra di un sasso, di una duna o in un’oasi. E persino le catene montuose non rappresentano un problema insormontabile: vengono aggirate o superate ad alta quota. Non dimentichiamoci che gli uccelli in generale non soffrono come noi di “mal di montagna” e sono perfettamente adattati a volare anche a grandi altezze: ci sono persino specie come le oche indiane che sorvolano l’Himalaya in migrazione.

È dunque il Mar Mediterraneo a rappresentare la sfida più ardua. Cadere in mare, a causa di tempeste o per stanchezza, significherebbe andare incontro a morte certa: nessun piccolo passeriforme migratore è in grado di nuotare o di riprendere il volo una volta caduto in acqua. Non ne sono capaci nemmeno altri migratori come i rapaci o le cicogne. E così per questi grandi viaggiatori, le piccole isole del Mediterraneo rappresentano l’unica possibilità per concedersi una sosta, per ripararsi dalle intemperie, per riposarsi e rifocillarsi prima di riprendere il viaggio.

Queste infatti funzionano proprio come stepping stones: “pietre di passaggio”. Noi umani per attraversare un ruscello senza bagnarci, saltiamo da una pietra a un’altra. Lo stesso fanno gli uccelli: sorvolano il Mediterraneo “saltando” da un’isola a un’altra per raggiungere il luogo di nidificazione.

Su queste piccole isole possono riposarsi, ripararsi dalle intemperie o dai venti contrari aspettando che cambino, possono riprendere le forze e soprattutto ricostituire le riserve energetiche consumate durante il viaggio. Infatti, soprattutto in caso di venti contrari, gli uccelli migratori consumano rapidamente le energie accumulate sotto forma di grasso. In casi estremi arrivano a bruciare non solo il grasso, ma a digerire persino il loro stesso intestino. È per questo che devono fermarsi: per ricostituire le riserve energetiche, fondamentali per completare il lungo viaggio migratorio. Ed è così che alle prime luci dell’alba, dopo il volo notturno, scendono sulle isole per trovarvi ristoro. Ma solo chi ha necessità si ferma, chi è in buone condizioni continua il viaggio: arrivare il prima possibile, soprattutto per i maschi, significa conquistare i territori migliori e avere più chances di riprodursi con successo.

Chi si ferma, dunque, deve trovare del cibo. Ma sulle isole spesso di insetti ce ne sono pochi e le bacche o la frutta in primavera ancora non sono mature. E allora ripiegano anche sul nettare zuccherino dei fiori. Il nettare, infatti, presenta molti vantaggi: innanzitutto non è un animale, il che significa che non si può spostare, né può scappare. Inoltre è molto energetico e facile da digerire. Un pasto perfetto, insomma, ottenuto con il minimo sforzo.

Ma le isole non sono sempre soltanto un porto sicuro. Se i migratori sono riusciti a sfuggire alla morte per inedia, stanchezza o ai predatori, se non si sono persi nel viaggio, devono ancora affrontare un pericolo sulle isole: l’uomo. Il transito di migliaia di uccelli migratori, soprattutto in primavera, è un fenomeno ben noto agli isolani: gli uccelli migratori per anni hanno costituito una delle fonti di proteine per gli isolani.

Dal 1992 però è entrata in vigore la legge 157/92 “Norme per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio”, che recepisce (con molto ritardo) la Direttiva europea 79/409/CEE, meglio conosciuta come Direttiva Uccelli (ora sostituita dalla 2009/147/CE).

La 157/92 ha così stabilito che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è vietato cacciarla sia nel periodo di riproduzione, che durante la migrazione primaverile: quella verso i quartieri di nidificazione. Anche sulle isole.

Purtroppo, però, una legge non è bastata a fermare le doppiette. E ogni anno nel Mar Mediterraneo vengono abbattuti illegalmente fino a trentasette milioni di uccelli migratori, sparati, intrappolati o catturati con il vischio e destinati alla morte.

Nella triste classifica degli Stati che primeggiano per l’intensità del bracconaggio – ovvero numero di uccelli abbattuti per chilometro quadrato – troviamo proprio un’isola: Malta. Qui, in barba a qualsiasi regolamento e buonsenso, ogni primavera si consuma un massacro: vengono abbattuti 343 uccelli per chilometro quadrato, in un’isola che è lunga poco più di venti e larga appena quattordici chilometri.

E subito dopo Malta nella classifica troviamo un’altra isola: Cipro. Da soli gli abitanti di quest’isola – la terza per dimensioni nel Mediterraneo – abbattono 2,3 milioni di uccelli ogni anno, pari a 248 uccelli abbattuti ogni chilometro quadrato. In questa tragica e penosa classifica, troviamo però anche l’Italia. Non solo nella top ten del bracconaggio, ma addirittura al quinto posto, con 19 uccelli abbattuti per chilometro quadrato. Per un totale di 5,6 milioni di uccelli uccisi ogni anno. Una quota quasi uguale all’Egitto, un paese non certo all’avanguardia per la conservazione delle specie, né inserito nella comunità europea.

Come prevedibile, la quota maggiore di uccelli viene abbattuta per lo più nelle isole e nelle adiacenti zone costiere italiane, soprattutto in Sardegna, Sicilia, Calabria. Oltre che sulle Alpi, in autunno.

Le isole, quindi, sono sì un punto di sosta privilegiato per questi piccoli passeriformi in volo sul Mediterraneo, ma sorvolarle o atterrarvi può significare anche andare incontro alla morte per mano dei bracconieri, nei casi più tragici.

C’è da dire, però, che il passaggio di così tante specie di uccelli migratori sulle isole non ha attirato solo i fucili dei bracconieri. Ma anche la curiosità di scienziati e ornitologi. E così le piccole isole del Mediterraneo sono diventate un luogo privilegiato per studiare gli uccelli migratori.

È proprio per questo che ormai 30 anni fa, nel 1988, è nato a Ventotene il Progetto Piccole Isole (PPI), ideato da Fernando Spina e coordinato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Il PPI è un progetto internazionale che a partire da Ventotene si è diffuso in altre 48 piccole isole o lembi di costa del Mediterraneo, coinvolgendo ben 7 Paesi, oltre l’Italia.

In questi 30 anni, è stato possibile conoscere e monitorare la migrazione primaverile di numerose specie attraverso il Mar Mediterraneo, grazie a una tecnica particolare: l’inanellamento a scopo scientifico. Un metodo di ricerca basato su un sistema di marcatura individuale degli uccelli tramite l’apposizione di anelli metallici in lega leggera, diversi a seconda della specie, della struttura delle zampe e del tipo di ambiente frequentato da quest’ultima. Ogni anello è contrassegnato in modo univoco da un codice alfanumerico progressivo e una volta applicato alla zampa dell’uccello lo rende identificabile e riconoscibile facilmente. Un po’ come funzionano per noi le targhe delle macchine: non esistono due targhe uguali.

Grazie all’inanellamento, si riescono a valutare importanti dati fisiologici e morfometrici di un individuo. Si riesce a valutare lo stato di salute, l’età e il sesso dell’individuo inanellato. Dati importantissimi per lo studio delle popolazioni. Ma è la successiva osservazione di un uccello già inanellato, attraverso una ricattura o un avvistamento, ad essere fondamentale: grazie a una ricattura possiamo conoscere ad esempio i percorsi effettuati, la durata dei voli, e in alcuni fortunati casi anche la velocità. O ancora possiamo ricavare dei record di longevità. Tutte informazioni che hanno un’importanza enorme per la gestione e la conservazione delle specie e delle aree protette o da proteggere.

Tra le isole italiane, Ventotene, Capri, Ponza, Ustica, l’Asinara, Palmaria, Pianosa e anche Zannone, Giannutri, Montecristo, Capraia e Procida sono state, e molte sono tutt’ora, sede dei campi di inanellamento a scopo scientifico del Progetto Piccole Isole. Isole che in questi 30 anni di ricerca sono state “il trampolino” per inanellare oltre un milione di uccelli, appartenenti a più di 250 specie diverse, e per scoprire le rotte predilette, l’andamento demografico delle popolazioni, record di longevità e di volo. Un risultato eccezionale che non sarebbe stato possibile ottenere, se non su questi minuscoli lembi di terra, speso fragili e minacciati, che sono le piccole isole del Mediterraneo.

 

Note

[1] Molti insettivori, durante l’iperfagia, diventano frugivori, privilegiano frutti e bacche che favoriscono la lipogenesi come il sambuco nero. Altri come cannaiole e luì, che invece rimangono insettivori, prediligono gli afidi: pidocchi delle piante che si nutrono della linfa e hanno lo stesso effetto del sambuco. In questo modo, in un solo giorno, gli uccelli riescono ad accumulare grasso velocemente e ad aumentare il loro peso, raggiungendo in due settimane le riserve giuste per affrontare la migrazione.


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