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Sono più di un miliardo i fumatori nel mondo. Per alcuni si tratta di un vizio banale, per altri – visti in numeri – è un’epidemia vera e propria, da cui è difficile uscire. E per la quale si muore: ogni anno sono 7 milioni i fumatori che perdono la vita per qualche patologia legata al fumo di tabacco. Tutte morti prevenibili. Così domani, 31 maggio, che si celebra la Giornata Mondiale senza Tabacco l’invito è quello di resistere 24 ore senza sigarette, di fare un primo passo per liberarsi dalla dipendenza.

Intanto, una cosa è doverosa ricordarla: per chi le sigarette le vende, il tabagismo è un business. Un affare che per anni ha fruttato circa un migliaio di miliardi di dollari, ma che oggi è in netta perdita. Le principali multinazionali hanno perso fette di mercato del 15-20%, tanto che nel 2017 il tabagismo ha generato “solo” 764,5 miliardi di dollari. Questo perché nella maggior parte dei paesi ad alto reddito il numero di fumatori è calato negli ultimi anni. Ne sono un esempio gli Stati Uniti d’America. Qui, a partire dalla fine degli anni ’80, si è registrato un calo vertiginoso dei tabagisti. E oggi, insieme al Canada, gli USA sono uno dei paesi dove si fuma meno: solo il 14-15% della popolazione fa uso di tabacco. Basti pensare che negli anni ’70 in stati come New York e Washington i tabagisti consumavano 125 pacchetti all’anno, mentre nel 2016 si è scesi rispettivamente a 18 e 20 pacchetti l’anno. Merito delle campagne antifumo, ma soprattutto delle leggi che hanno reso la vita dei tabagisti molto difficile: sono aumentate le tasse sui pacchetti di sigarette, è stato introdotto il divieto di fumare in luoghi pubblici chiusi e all’aria aperta, nei parchi o entro certe distanze dalle abitazioni, persino in casa e in auto. E “il pugno di ferro” ha dato i suoi frutti.

Scienza e 2018 05maggio 13 Francesca Buoninconti2

Anche in Italia i fumatori sono in calo: dal 2008 al 2016 i fumatori sarebbero diminuiti di 1,4 milioni. E oggi ammontano a 10, 5 milioni, di cui oltre 2 sono fumatori forti: persone che consumano almeno 20 sigarette al giorno. E secondo i dati resi noti dal Ministero della Salute grazie al sistema di sorveglianza “Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia” (PASSI), qualche passo in avanti – appunto – è stato fatto anche nella nostra Nazione. Ma in generale nel mondo, il numero di tabagisti è rimasto stabile. Questo perché la diminuzione di tabagisti nei paesi ad alto reddito è stata compensata dal loro aumento nei paesi poveri. Un esempio su tutti sono i paesi dell’Africa subsahariana, dove il consumo di sigarette è aumentato del 52% fra il 1980 e il 2016. O il Cile, dove attualmente fuma più del 33% della popolazione. Paesi poveri, dunque, dove il fumo grava enormemente alle economie nazionali in termini di costi sanitari, peggiora le disuguaglianze e aggrava la povertà, visto che le persone più povere finiscono per comprare le sigarette e avere meno risorse da spendere per i bisogni alimentari o per l’istruzione.

Ma a ben guardare, anche se nei paesi occidentali le campagne contro il fumo hanno ottenuto grossi risultati, questi non bastano. Ancora oggi, infatti, la consapevolezza sui danni arrecati dal fumo non è esaustiva. Perciò vale la pena rinfrescare la memoria in vista della Giornata Mondiale senza Tabacco.

Innanzitutto ancora oggi i tabagisti non hanno una percezione precisa dei danni provocati dal fumo. A dirlo è uno studio dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Università del Surrey, da poco pubblicato sul Journal of Cognitive Psychology. I ricercatori hanno chiesto a fumatori e non fumatori di stimare il tempo di insorgenza di una serie di malattie, tipicamente associate al tabagismo, in un diciottenne che consuma dieci sigarette al giorno. Valutando una serie di patologie, da quelle meno gravi come bronchite cronica o parodontite, fino a quelle molto gravi come il tumore al polmone. E dai risultati è emerso che i fumatori, in media, tendono a spostare di cinque anni in avanti l’insorgenza dei disturbi. Una percezione distorta, chiamata onset time delaying effect, ritenuta ormai essa stessa un fattore di rischio. Proprio perché gli stessi fumatori, non percependo l’entità del rischio, rimandano la decisione di smettere di fumare.

C’è poi un secondo punto fondamentale nella lotta al fumo. Generalmente chi fuma sigari o la pipa si sente meno a rischio. Ma non è così. I fumatori di sigarette, infatti, hanno un rischio di decesso per malattia oncologica associata all’uso del tabacco del 61% più alto rispetto ai non fumatori. E per i tabagisti che fumano i sigari o la pipa il rischio è quasi uguale: è pari al 58%, secondo uno studio commissionato dal Food and Drug Administration’s Center for Tobacco Products. Bastano dunque tre punti percentuali per sentirsi al sicuro? No, ma evidentemente in molti non ne sono conoscenza e addirittura passano dalle sigarette ai sigari, pensando di rischiare meno. Per esempio, negli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2015 il consumo di sigarette si è ridotto del 38,7%. Ma, per contro, il consumo di altri prodotti a base di tabacco è schizzato alle stelle. In 15 anni la pipa viene utilizzata il 556,4% in più e i sigari che hanno visto un aumento dei consumi dell’85%.

Insomma, la percezione del rischio è materia su cui ancora si deve lavorare. Ma ci sono altri aspetti, spesso lasciati in secondo piano quando si prova a smettere, che invece potrebbero fungere da motivatori. Se, infatti, i danni alla propria salute non bastassero per spegnere la sigaretta, si potrebbero valutare i danni alle proprie tasche. Un fumatore italiano, in media, consuma 5.000 sigarette in un anno, circa 13 al giorno, pari a 250 pacchetti. Con un costo medio di 5 euro a pacchetto, se smettesse di fumare, eviterebbe di bruciare letteralmente 1.250 euro all’anno. Ognuno tragga i suoi calcoli.

Ancora sottovalutati e più spesso non nominati, sono invece i danni ambientali derivati dal consumo di tabacco. Danni ingenti che potrebbero comunque fungere da ulteriore stimolo, per non pesare sull’ambiente anche con questo “vizio”.

La prima cosa che viene in mente è sicuramente il fumo delle sigarette: una miscela gassosa che contiene più di 4.000 sostanze chimiche, da quelle irritanti a quelle cancerogene, tra cui metalli pesanti, fenolo e formaldeide. Una miscela gassosa che però contiene anche particolato in sospensione, il famoso PM10, non meno pericoloso. È cosa nota, per esempio, che se i livelli di PM10 raggiungono i 50 microgrammi per metro cubo, scatta il blocco della circolazione. E in effetti un test effettuato nel 2016 dal Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano ha scoperto che il fumo di 5 sigarette inquina l’aria quanto un locomotore per treni diesel da 2.000 cavalli. Tanto che il Codacons, provocatoriamente, ha intimato alle amministrazioni delle grandi città di bloccare anche i fumatori oltre al traffico veicolare, quando il PM10 supera il livello di guardia.

Ma al di là delle provocazioni, l’inquinamento ambientale da sigarette e similari non si limita a questo. Un grosso problema, infatti, è rappresentato dalle cicche. Spesso gettate per terra o nello scarico del wc o – più civilmente – gettate nella spazzatura. Ma anche in questo caso nessuna delle soluzioni è quella giusta. L’abitudine di gettare le cicche per terra, infatti, oltre a una questione di decoro urbano, rappresenta anche una notevole spesa per le amministrazioni. Per esempio la città di San Francisco spende ogni anno circa 11 milioni di dollari per rimuovere le cicche da terra. Ma lasciate per terra, o peggio in spiaggia o buttate in mare, le cicche possono arrecare danni ancora più gravi. Impiegano infatti da 1 a 5 anni per decomporsi e – tristemente – sono anche il rifiuto più comune nei fondali del Mediterraneo, dove vengono ingerite in modo accidentale da pesci, tartarughe e uccelli marini. C’è poi da specificare che le cicche, in realtà, non dovrebbero neanche essere gettate tra i rifiuti indifferenziati. Questo perché andrebbero trattati come rifiuti tossici, come già spiegato dall’ENEA più volte: contengono sostanze catalogate come irritanti, tossiche e cancerogene, come benzene e formaldeide, ma anche sostanze radioattive come il Polonio 210. Ma la loro tossicità ambientale è stata tralasciata anche con l’avvento della raccolta differenziata.

Tuttavia l’impatto ambientale del tabagismo a livello mondiale non si riscontra solo a valle della filiera: si fa sentire anche a monte. Secondo l’OMS, infatti, la coltivazione del tabacco contribuisce alla deforestazione e come molte altre coltivazioni richiede l’uso massiccio di prodotti chimici, pesticidi, insetticidi, regolatori della crescita e altre sostanze, con conseguente inquinamento di terreni e falde acquifere. Prodotti che poi inevitabilmente, anche se in piccoli percentuali, permangono anche nella sigaretta. Inoltre la preparazione delle foglie (polimerizzazione) avviene non solo con il disseccamento al sole, ma anche con l’uso del fuoco. E secondo le stime del rapporto la legna da ardere utilizzata in questo processo ammonta a 11,4 milioni di tonnellate l’anno. In totale, la produzione mondiale di tabacco – cresciuta di 100 volte in un secolo – utilizza 4,3 milioni di ettari di terreno all’anno. Ed è responsabile dal 2% al 4% della deforestazione globale. Tanto che, sempre secondo l’OMS, la perdita di biodiversità in alcuni dei paesi più ricchi di biodiversità del mondo (Argentina, Brasile, Cambogia, Ghana, Honduras, Kenya, Malawi, Mozambico, Tanzania, Tailandia, Uganda e Zimbabwe) sarebbe dovuta proprio all’industria del tabacco.

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