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La qualità dell’aria che respiriamo conta. Soprattutto nelle città, dove la concentrazione di uno degli inquinanti atmosferici più subdoli aumenta a dismisura. Il particolato – quel mix di sostanze come particelle carboniose, metalli, inquinanti liquidi o solidi sospese in aria – è da anni sotto indagine. In particolare il PM 2,5, tanto sottile da essere capace di penetrare negli alveoli polmonari.

Finora tutte le accuse nei suoi confronti, purtroppo, sono state confermate: è stato associato all’aumento del rischio di malattie cardiovascolari, polmonari e renali. E si stima che solo nel 2015 abbia contribuito a oltre 4 milioni di morti premature.

Ma ora un recente studio dei ricercatori della University of Washington School of Medicine, uscito su The Lancet Planetary Health, ha confermato un altro capo d’accusa per questo tipo di particolato. Il Pm 2,5 favorisce anche l’insorgere del diabete di tipo 2. Una malattia molto diffusa in tutto il mondo e in continua crescita: per il 2030 si prevedono più di 400 milioni di pazienti nel mondo.

Secondo gli autori dello studio, l’inquinamento da PM 2,5 avrebbe provocato ben 3,2 milioni di nuovi casi di diabete nel 2016 nel mondo. Una cifra enorme, pari all’intera popolazione di pazienti diabetici italiani.

Questo perché le polveri così sottili entrano nel circolo sanguigno e interferirebbero con il normale processo di produzione dell’insulina.

Così il team di Washington, in collaborazione con il dipartimento di Veteran Affairs del St. Louis Health Care System’s Center for Clinical Epidemiology, hanno monitorato per 8 anni e mezzo 1,7 milioni di persone. Hanno preso in esame i veterani dell’esercito degli Stati Uniti, che non avevano sofferto di diabete nel periodo precedente allo studio. Hanno poi messo a confronto i dati sulla salute degli ex soldati con quelli della qualità dell’aria, ricavati dalla Environmental Protection Agency (Epa) e dalla Nasa.

Così hanno realizzato un modello matematico capace di valutare il rischio di diabete associato a diversi livelli di inquinamento.

E il quadro risultante non è stato per nulla confortante. Stando ai dati, tra i veterani esposti a livelli di inquinamento di PM 2,5 pari a 5-10 microgrammi per metro cubo circa il 21% ha sviluppato il diabete. Mentre chi invece ha respirato un’aria più inquinata, con una concentrazione di PM 2,5 tra gli 11,9 e i 13,6 microgrammi per metro cubo, si è ammalato di diabete mellito di tipo 2 nel 24% dei casi. Tre punti percentuali potrebbero sembrare pochi, ma in numeri corrispondono a 5.000-6.000 casi in più su 100.000 persone ogni anno.

Senza dimenticare che la colpa non è tutta dell’aria inquinata. In Italia, per esempio ci sono 3,2 milioni di diabetici e circa il 64% di loro non pratica alcuna attività fisica, secondo l’Istat. Mentre altri fattori di rischio importanti su cui agire per contrastare l’insorgenza del diabete in chi ha una predisposizione genetica sono il sovrappeso, l’obesità, la sedentarietà e in generale uno stile di vita sano.

In pratica, secondo il modello matematico prodotto, non c’è un nesso diretto di causa-effetto fra inquinamento e diabete. Ma il primo può contribuire all’incidenza dell’altro. E nello specifico a ogni aumento di 10 microgrammi al metro cubo di particolato PM 2,5, il rischio di sviluppare il diabete aumenta del 15%. E ciò accade indifferentemente se le persone soffrono di obesità (una delle principali cause di diabete di tipo 2) o meno.

Poi gli scienziati hanno testato il modello matematico in tutto il mondo, per calcolare il livello di rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2, paese per paese.

Ebbene, come ci si poteva aspettare, i cittadini più a rischio sono quelli di paesi poveri, dove non viene adottato nessun provvedimento per mitigare l’inquinamento. In testa ci sono l’Afganistan, già martoriato dalla guerra, la Papua Nuova Guinea e la Guyana francese.

Mentre tra i paesi industrializzati che hanno preso provvedimenti per limitare il livello di inquinamento atmosferico cittadino, in testa ci sono Islanda, Finlandia e Francia. Considerate le più sicure per la qualità dell’aria.

Secondo gli autori, quindi, negli USA sarebbe prudente ribassare la soglia annuale proposta dall’Environmental Protection Agency (EPA) e dal World Health Organization (WHO), attualmente pari a 12 microgrammi per metro cubo di aria. E forse, anche in Italia, converrebbe abbassarla: attualmente il valore limite annuale del PM 2,5 in Italia e in Europa, stabilito dalla direttiva 2008/50/CE per la protezione della salute umana è pari a 25 microgrammi per metro cubo.

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