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Giovedì 21 giugno, il giorno più lungo.

Forse anche per approfittare di qualche minuto di luce naturale in più, nella parte finale della giornata c’è stata una concomitanza di eventi. E tutti prevalentemente calcistici.

Il mondiale in Russia ne è stato il contenitore, ma a Napoli proprio mentre la Croazia massacrava la una volta cara Argentina, al Teatro Sannazaro lo Spartak induceva gli spettatori a riflessioni su un tema ai più (credo) poco noto. Cioè sulla passione calcistica di Dmitrij Shostakovich (San Pietroburgo 25 settembre 1906-Mosca 9 agosto 1975), sul suo tifo per lo Spartak e sulla manifesta antipatia per uno dei più grandi portieri dell’Unione sovietica: Lev Ivanovič Jashin (che pure è stato l’unico portiere a vincere un Pallone d’oro e nella classifica della International Federation of Football History and Statistics è stato votato come miglior portiere del XX secolo).

Tutto questo nel godibile spettacolo di Stefano Valanzuolo Se Spartak piange… rappresentato nell’ambito della Rassegna Napoli Teatro Festival 2018.

Detta così la cosa sembrerebbe solo rappresentare un aspetto poco noto di un grande musicista contemporaneo e, comunque, l’informazione ne sarebbe contenta. Ma non è così. Non solo così. Perché il “fatto” si inserisce in un trentennio di vita e politica sovietica del Novecento. Con dentro Stalin, Berjia, la soppressione della rivolta ungherese del 1956, Krushev. Un periodo che sembra di contesto, ma che non trascura le vicende calcistiche dello Zenith, della Dinamo, dello Spartak.

Ma dove stava e a chi apparteneva lo Spartak? La domanda non è banale perché negli anni Venti del Novecento Mosca aveva quattro importanti squadre di calcio: la Lokomotiv, fondata nel 1923, controllata dal Ministero delle ferrovie; il CSKA, controllato dall’Armata Rossa; la Torpedo sotto il controllo del settore automobilistico (ZIL) e la Dinamo Mosca, la squadra della polizia segreta (la tremenda Ceka), di proprietà di Lavrentij Berija, anch’egli grande appassionato di calcio e maggiore responsabile delle repressioni staliniane. Era evidente ai più che negli anni Trenta lo Stato aveva esteso i suoi tentacoli anche sullo sport. Soprattutto sul calcio molto seguito dal popolo. Seguito dal popolo, ma appartenente ad altri. La cosa non andava giù a tutti e qualcuno si oppose a questa spartizione. Si chiamava Nikolaij Starostin, il quale nel 1935, insieme con i suoi fratelli (Aleksandr, Andrej, Pëtr), fondò lo Spartak Mosca, nome scelto in onore dello schiavo romano Spartaco famoso per aver capeggiato una rivolta contro i potenti per riconquistare la perduta libertà. Di conseguenza tifare e sostenere la nuova squadra significava anche resistere allo strapotere politico del regime. Tanto che – controllato da un sindacato operaio, il Kosmomol, l’Unione Comunista della Gioventù – lo Spartak venne anche denominato squadra del popolo.

I successi furono immediati e si susseguirono uno dopo l’altro. Nel giro di tre anni lo Spartak surclassò le più blasonate squadre del regime sia sul campo che sugli spalti, ma la “gloria” dei fratelli Starostin cadde progressivamente sotto i colpi del potere. Nel 1939, la Dinamo Mosca di Berjia e lo Spartak si affrontarono per la semifinale della Coppa di Russia. Perse la Dinamo per 1 a 0, ma Berjia, infuriato, ordinò la ripetizione della gara. Vinse di nuovo lo Spartak ancora per 1-0.

Malgrado ciò, forse anche per ciò, tre anni dopo, nel 1942 mentre Hitler avanzava in territorio sovietico contro le truppe dell’Armata Rossa, i fratelli Starostin furono arrestati e condannati a dieci anni di lavori forzati in un Gulag. Tuttavia, dopo la morte di Stalin e l’avvento al potere di Nikita Krushev, Berjia venne giustiziato come nemico del popolo e i quattro fratelli tornarono in libertà. Nikolaij divenne responsabile tecnico dello Spartak – carica che manterrà fino alla morte – e contribuì all’ascesa della “squadra del popolo” considerata una delle squadre di calcio più importanti della Russia.

In conclusione, grazie a Stefano Valanzuolo e alle mie personali ricerche in internet stimolate dalla curiosità e dal desiderio di saperne di più, ora lo sappiamo anche noi: Dmitrij Shostakovich non è stato solo uno dei massimi musicisti del Novecento, ma anche un appassionato competente di calcio. E attraverso i suoi commenti e i suoi ricordi sportivi che nello spettacolo sono affidati al bravo Giovanni Esposito, Se Spartak piange…, come dicevo, ricostruisce un pezzo di storia sovietica (tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso) popolato da personaggi che hanno contribuito a scrivere la storia di buona parte del Novecento.

Tra questi, di ben altro spessore e “provenienza”, vi sono Nikolaij Starostin e Lev Jashin, due calciatori celeberrimi cui non arrise uguale fortuna. Ma entrambi si intrecciano, in questo racconto basato su dati reali e riflessioni immaginarie, con la figura di Shostakovich, compositore in perenne conflitto pubblico e privato con il potere politico.

In questo spettacolo – in qualche minuto più di un’ora – Giovanni Esposito dà volto e voce a uno Shostakovich dai molti aspetti: malinconico, orgoglioso, sferzante, dimesso, passionale.

La musica del compositore sovietico è affidata al Quintetto di bravi Ottoni del Teatro San Carlo (Giuseppe Cascone, tromba; Alessandro Modesti, tromba; Federico Bruschi, basso tuba; Gianluca Camilli, trombone; Ricardo Serrano, corno) i quali – attraverso sette scene – contribuiscono a scandire una storia condita di musica, calcio e politica.

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