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Un paesaggio che ha da sempre generato emozioni, appassionato l’intelletto e arricchito l’animo di chi ne è venuto a contatto è quello dei Campi Flegrei, tappa obbligata del viaggio a Napoli e nei suoi dintorni, per gli straordinari patrimoni naturale e culturale presenti.

I viaggiatori d’ogni tempo sono stati richiamati qui dalle antichità descritte da poeti greci e latini, si sono incuriositi per i particolari fenomeni vulcanici del Golfo di Pozzuoli, sono stati attirati dalle rinomate proprietà termali delle acque sulfuree. Il colto turismo europeo elesse alcuni di questi luoghi a tappe privilegiate di un itinerario che ebbe i suoi punti di forza nella florida attività termale e nell’ampia area archeologica, affiorata in superficie a seguito della formazione nel 1538 di Monte Nuovo, che sprofondò il terreno circostante; la sensibilità romantica, attirata qui dagli scorci esotici e solitari del, dell’Anfiteatro Flavio, dei templi di Venere, Mercurio e Diana a Baia, dei laghi Lucrino e d’Averno, oltre che ispirazione e occasioni di meditazione, trovò pure, nei dintorni, la rinata attività vulcanica del Vesuvio, la riscoperta della vicina Paestum e l’avviamento dei lavori di scavo di Ercolano e Pompei.

Le numerose descrizioni e i copiosi resoconti di viaggio, stilati dal folto numero di visitatori affascinati dal mito di questi luoghi, costituiscono oggi alcune tra le più appassionate testimonianze, per altro molto utili all’indagine geografica: la percezione che i viaggiatori hanno avuto fornisce, infatti, una chiave di lettura del paesaggio flegreo che, derivante da una prospettiva suggerita da altre sensibilità, da altri occhi, consente di riscoprire ed eventualmente recuperare contesti ambientali e culturali, trascurati dalla consuetudine, devastati dalla pressione antropica o, addirittura, divenuti impercettibili a chi in quest’area abitualmente ci vive. È noto, infatti, che l’immagine prodotta dall’osservazione di un individuo che abita un contesto sia differente da quella di un osservatore esterno: le due possibili prospettive – dei cosiddetti insiders e outsiders – consentono, tra l’altro, di indagare il grado di fama e le modalità di fruizione delle principali emergenze dei Campi Flegrei (nel senso di “ciò che emerge, che è rilevante”), che di essi costituiscono la trama identitaria.

Drasticamente mutati nei propri lineamenti a partire dal Secondo dopoguerra, oggi davvero pochi sono i luoghi che hanno conservato la loro antica suggestività: seppur in parte, Capo Miseno, alcune aree di Bacoli e Baia, il Lago d’Averno sono rimaste testimonianze isolate di un grandioso passato, ormai inintelligibile perché privo del contesto originario. Il mitico paesaggio naturale, quasi “lunare”, dei Campi Flegrei ha subito profondi cambiamenti negli ultimi settanta anni: la contenuta e graduale espansione degli originari centri urbani s’è trasformata in una dissennata corsa all’urbanizzazione dell’arco costiero prima e dell’entroterra poi, dove insediamenti di villette densamente concentrate su lotti minimi si alternano a complessi edilizi che hanno cancellato ogni traccia dell’ambiente preesistente. L’espansione antropica degli ultimi decenni ha impedito nell’area flegrea la valorizzazione, se non addirittura la stessa conservazione, di un patrimonio naturale e culturale tra i più preziosi in Italia e nel mondo per tradizione e particolarità: da una parte, infatti, sono state costruite abitazioni, spesso abusive, destinate ad accogliere turisti, provenienti soprattutto da Napoli, che non necessitavano di servizi e infrastrutture, facilmente reperibili nella vicina area metropolitana; dall’altra, queste stesse abitazioni sono poi state occupate da famiglie che, scegliendo di risiedere stanzialmente nell’area flegrea, hanno finito con l’ostacolare completamente qualsiasi tipo di iniziativa, che avrebbe potuto invece essere realizzata per risvegliare nella stessa comunità flegrea il sopito interesse per i propri luoghi.

Purtroppo, gli echi della fama e di un mito cantato da poeti e scrittori, intellettuali e viaggiatori non possono dirsi più sufficienti oggi a valorizzare le potenzialità dell’area, anche in considerazione del fatto che la prima difficoltà oggettiva che si incontra è quella di reperire dati statistici, utili alla comprensione del grado di fruizione del patrimonio presente (impossibile, per esempio, registrare i visitatori in aree non recintate o controllate agli ingressi). La mancanza di una cultura della rilevazione dei dati nel settore turistico ha di fatto limitato il monitoraggio dell’area soltanto all’osservazione diretta, dalla quale emerge, tuttavia, un incremento dei visitatori dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, del Parco archeologico di Cuma, delle Terme di Baia, nonché un aumento, essenzialmente più moderato della Solfatara. Va segnalato, però, che tali incrementi non sono da ricondurre a uno specifico programma di riqualificazione turistica dell’area flegrea, bensì a sporadiche iniziative culturali, promosse localmente da enti pubblici e istituzioni private, che così consolidano il carattere essenzialmente escursionistico del turismo flegreo, come dimostra il fatto che la maggiore affluenza di utenti si registra in primavera, ovvero nel periodo generalmente contraddistinto da una notevole presenza delle scolaresche, o comunque è collegata a particolari iniziative, mai esclusivamente rivolte alla promozione turistica e culturale di quest’area.

 

Scienza e 2018 06giugno 6 Barbara Delle Donne foto di Michele Costigliola

Foto di Michele Costigliola.

 

Nell’ottica di un piano programmatico di valorizzazione e sviluppo dei Campi Flegrei, un buon elemento sul quale l’imprenditoria pubblica e quella privata potrebbero puntare è quello della risorsa termale di cui poche altre regioni in Italia possono disporre: attualmente, invece, sono soltanto tre le stazioni termali attive, differenti per tipologia e capacità ricettive (le Terme puteolane, di Agnano e le “Stufe di Nerone”). Le altre, distribuite tra Agnano e Bagnoli, Pozzuoli e Bacoli, sono carenti di infrastrutture di supporto che possano innanzitutto incrementare lo sviluppo e poi convertire, ove presente, la loro fruibilità esclusivamente terapeutica in turistico-terapeutica, come accade, per altro, nella vicina Isola d’Ischia.

La scarsa fruizione del patrimonio flegreo, mancata o a volte impedita, può attualmente essere letta come la mesta rinuncia a godere di un quadro territoriale ricco di emergenze naturali e paesaggistiche, storiche e archeologiche che fanno dei Campi Flegrei un vero museo all’aperto, fruibile soltanto in minima parte: il Museo Archeologico ospitato nel Castello aragonese di Baia è l’unico attivo, per di più solo parzialmente, dell’area flegrea; la Crypta Romana, la Grotta di Cocceio e il sistema di gallerie sotterranee che si articola tra Pozzuoli e Cuma sono generalmente impraticabili, se non in rare e straordinarie occasioni di apertura al pubblico; il Tempio di Apollo sul Lago d’Averno è stato per lunghissimo tempo inaccessibile; l’area archeologica sommersa di Baia è insufficientemente valorizzata. Fanno eccezione i crateri degli Astroni e della Solfatara, entrambi aree recintate a fruizione controllata, l’Oasi naturalistica di Monte Nuovo e il Parco monumentale di Baia che, dopo anni, è stato riammesso alla pubblica fruizione.

La mancata conoscenza degli strumenti utili alla valorizzazione del proprio territorio e lo scarso interesse delle amministrazioni locali, prive pure del supporto statale, hanno impedito alle comunità locali di garantire la fama dei luoghi e favorire la fruizione dei patrimoni presenti. E ciò è tanto più manchevole perché nei Campi Flegrei non si tratterebbe di inventare un luogo turistico, costruito sullo sfruttamento di un’unica risorsa, come accade altrove, attorno alla quale far sorgere un complesso di infrastrutture e servizi, capace di attribuirgli vocazione turistica; più semplicemente sarebbe sufficiente conferire a quest’area una forza evocativa ovvero una capacità di risvegliare l’attenzione degli individui e di vivificare le emozioni intorpidite negli anni da una debole attenzione per la memoria storica. Perché il ruolo principale dell’emozione è quello di guidare l’individuo alla percezione, all'individuazione e alla lettura dei simboli che costituiscono il paesaggio, affinché di esso si possano cogliere i significati e acquisirne i valori.


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