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Il 2018 segnerà il cinquantesimo anniversario del Club di Roma, il consesso voluto da Aurelio Peccei, ex manager di Fiat e Olivetti, per discutere del futuro del pianeta, e che promosse il celebre Rapporto sui Limiti dello Sviluppo che inaugurò l’epoca dei futures studies e della previsione sociale. «A grandi linee, due erano gli obiettivi principali che si proponeva di raggiungere gradualmente», ricordò Peccei anni dopo, nel suo libro La qualità umana: «In primo luogo promuovere e diffondere una comprensione più approfondita e sicura del malpasso dell’umanità. Tale obiettivo include ovviamente lo studio delle prospettive e opzioni sempre più ristrette e incerte che resterebbero all’umanità se le tendenze mondiali attuali non venissero modificate con urgenza. Il secondo obiettivo, poi – sulla base del corpo di conoscenze disponibile – è quello di stimolare l’adozione di nuovi atteggiamenti, nuove politiche e nuove istituzioni in grado di raddrizzare la situazione attuale».

Si tende troppo spesso a sottovalutare l’impatto che il Club di Roma ha avuto nel radicamento del concetto di sviluppo sostenibile, nell’emergere di una coscienza ecologista e nell’affermazione della modellistica per lo studio del sistema-pianeta, la cui applicazione di gran lunga più rilevante è oggi nei modelli di previsione degli scenari del cambiamento climatico dell’IPCC (l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU) e in quelli relativi alla crescita demografica della UN Population Division. D’altro canto, quell’esperienza è oggi più attiva sul fronte internazionale che in quello italiano. La sede del Club di Roma (“Club of Rome”) non è a Roma, dove la prima riunione si tenne – per la precisione all’Accademia dei Lincei – ma in Svizzera; e gli italiani che ne fanno parte si contano sulle dita di una mano. La sua influenza nel panorama internazionale è fortemente calata; in quello italiano è pressoché nulla (gli stessi rapporti annuali vengono tradotti solo raramente in italiano, anche quando sono opera di autori nostrani, come Ugo Bardi). La sua mission, d’altro canto, ha iniziato gradualmente a focalizzarsi sui temi della sostenibilità ambientale, rispetto all’idea originaria di «capire la problematica con un approccio integrale, globale, che individuasse ed esplorasse non solo le sue sfaccettature singole, ma anche le loro intenzioni nel sistema totale», come voleva Peccei.

Dopo molti anni di eclissi, il tema dei futures studies è tornato timidamente ad affacciarsi nel nostro paese. Un ruolo propulsore è quello che sta giocando il gruppo di Trento, capitanato da Roberto Poli, docente di Previsione sociale e titolare della cattedra UNESCO in Anticipation Systems. Il lancio, nel 2014, del Master in Previsione sociale, l’organizzazione del primo convegno internazionale sull’anticipazione, nel 2015, e la pubblicazione, lo scorso anno, dell’Handbook of Anticipation curato dallo stesso Poli, unitamente alla creazione di una start-up gemmata dall’ateneo trentino, Skopìa, che fornisce servizi di consulenza nel settore, danno l’idea del movimento che sta producendo. Il fortunato concetto di fondo è proprio quello di “anticipazione”, che consente di superare le terminologie precedenti (futurologia, forecast, foresight, previsione, futures studies) per focalizzarsi sul modo in cui, anticipando i possibili scenari futuri, è possibile prevenirli o realizzarli. L’idea si basa sulle fictional expectations di Jens Beckert, direttore del Max Planck Institute per lo studio della società: «Immaginari presenti di situazioni future che orientano il processo decisionale nonostante l’incalcolabilità del risultato finale». Come ha osservato Poli, le aspettative fittizie «sono più immaginazioni che previsioni del futuro», ma si dimostrano di enorme utilità. Anticipare, per esempio, le potenziali conseguenze sociali di un nuovo ritrovato tecnologico può risultare enormemente utile per prevenire le conseguenze negative e massimizzare quelle positive. Una serie tv cult come Black Mirror fa proprio questo: le sue non sono previsioni sul futuro ma fictional expectations sul ruolo che le tecnologie potrebbero giocare domani (per questo anche noi all’Italian Institute for the Future dedichiamo molta attenzione alla narrativa d’anticipazione: un’antologia di racconti di climate fiction accompagnati da saggi di esperti uscirà a marzo grazie al lavoro di Francesco Verso di Future Fiction).

A lungo, tuttavia, nel settore degli studi sul futuro, la mano destra non sapeva cosa facesse la mano sinistra. Laddove la mano destra è quella degli studi accademici, dei futures studies propriamente detti, perlopiù focalizzati sulla sociologia e l’economia, la mano sinistra è rappresentata dai futurists, che in Italia chiamiamo popolarmente “futurologi”, e che nemmeno nel nostro paese sono mai mancati (si pensi a Roberto Vacca). L’accademia ha sempre considerato con sufficienza la figura del “consulente” sul futuro, tanto in Italia che negli altri paesi (negli Stati Uniti esistono associazioni di categoria diverse per gli studiosi e per i professionisti), e i futurist d’altro canto hanno sempre snobbato gli accademici. Quando, nel 2013, è iniziato il percorso dell’Italian Institute for the Future, nostro primario obiettivo è stato quello di colmare questo gap, almeno in Italia. Far procedere insieme l’attività di elaborazione teorica e quella di realizzazione pratica, gli accademici con i consulenti e gli esperti che si occupano di anticipazione nelle aziende e nelle istituzioni. Oggi questo percorso inizia ad assumere un contorno preciso. Lo scorso aprile, all’Università di Trento, il nostro Istituto e il gruppo trentino, con l’apporto del nodo italiano del Millennium Project – organizzazione internazionale guidata dall’americano Jerome Glenn – hanno organizzato un primo meeting nazionale con l’obiettivo di costruire un network dei professionisti del futuro: consulenti, manager, docenti, ricercatori, esperti a vario titolo che si interessano ai temi dell’anticipazione e desiderano contribuire alla loro affermazione nel nostro paese. Il prossimo aprile, al CNR di Bologna, si terrà il secondo incontro dei futuristi italiani, sotto forma di convegno, con un topic principale di stretta attualità – il futuro del lavoro – e sessioni che si occuperanno di altre tematiche legate all’anticipazione, sia sul piano pratico che teorico. Sono allo studio, inoltre, giornate di approfondimento sulle metodologie, che si terranno più avanti nel corso di quest’anno.

L’obiettivo a breve termine è quello di realizzare una rete istituzionalizzata che metta insieme tutte le persone che si occupano o intendono occuparsi di anticipazione e futuro nel nostro paese, al di là della genericità estrema con cui il secondo termine (“futuro”) viene spesso impiegato nei dibattiti pubblici, spesso come mero sinonimo di innovazione (che a sua volta è spesso usato come sinonimo di “innovazione digitale” e quindi di start-up). L’obiettivo più a lungo termine dev’essere quello di sensibilizzare il settore privato e quello pubblico, incluso il mondo politico, sull’importanza dell’anticipazione. Il nostro Istituto già da tempo ha iniziato a svolgere attività di consulenza per aziende e soggetti privati interessati a comprendere i cambiamenti in atto e i megatrend che possono, nel prossimo futuro, stravolgere il loro business e in generale le loro attività; su tutti, la questione dell’automazione e il conseguente spettro della disoccupazione tecnologica, la disintermediazione digitale, l’introduzione delle intelligenze artificiali. L’obiettivo è quello di estendere quest’attività anche al settore pubblico.

Non crediamo che serva un Ministero per il Futuro, che finirebbe per trasformarsi nell’ennesimo contenitore vuoto di buoni propositi, come si è verificato a lungo nel caso dell’Agenda Digitale. Crediamo piuttosto che ogni ministero, ogni dipartimento, ogni amministrazione regionale e anche le amministrazioni delle città metropolitane debbano istituire uffici che si occupino dell’anticipazione degli scenari di lungo termine nei propri settori di competenza. Un ufficio di anticipazione in un grande comune che si occupi di pianificazione urbana a medio e lungo termine tenendo conto delle dinamiche della popolazione, degli effetti del cambiamento climatico, delle trasformazioni del settore della mobilità è tutt’altro che utopia. Così come dipartimenti che si occupino dell’impatto dell’automazione e dell’invecchiamento sul welfare, in un Ministero del Lavoro; o di favorire l’introduzione della medicina personalizzata e di precisione nel sistema sanitario nazionale, in un Ministero della Sanità; o che elaborino politiche incisive per favorire la natalità, al di là delle boutade del Fertility Day, all’interno di un Ministero per la Famiglia o per le Politiche Giovanili; che si occupino di studiare il modo di adattare le arterie stradali nazionali all’introduzione delle auto elettriche e senza conducente, o prevedano i cambiamenti dei movimenti di merci internazionali e il loro impatto sul sistema-paese, in un Dipartimento dei Trasporti e delle Comunicazioni (che potrebbe, perché no, occuparsi degli scenari del turismo spaziale, come sta facendo il nostro Center for Near Space). Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Tutto questo necessariamente completato dall’istituzione di una Commissione parlamentare sul Futuro all’interno dei due rami del parlamento (o di uno solo), come avviene per esempio in Finlandia, affinché siano sempre i rappresentanti della nazione eletti dai cittadini avere l’ultima parola sui piani di lungo termine per il nostro paese e dare le giuste direttive ai dipartimenti di anticipazione nei vari dicasteri, garantendo l’accountability alla base di ogni processo democratico. A questo fine, il prossimo marzo a Napoli terremo, grazie a un contributo europeo nell’ambito del programma Erasmus+, una simulazione di una commissione europarlamentare sul futuro, impegnando 50 giovani di tutta Europa in dibattiti, audizioni di esperti e deliberazioni politiche su alcuni temi-chiave del nostro futuro (l’impatto delle migrazioni, la future literacy, i cambiamenti dei processi democratici nell’era digitale, le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione sul welfare, l’automazione e la disoccupazione tecnologica). Speriamo di ricevere input interessanti per i decisori politici europei e italiani.

Non ci stiamo inventando niente. Già nel lontano 1970, nel suo libro Lo choc del futuro Alvin Toffler intitolava il suo ultimo capitolo Democrazia anticipatrice, sostenendo la necessità che le scelte sul futuro non fossero affidate ai gruppi di tecnocrati, ma al dibattito dei cittadini: “È tempo di procedere a una drammatica rivalutazione delle direzioni del mutamento, una rivalutazione eseguita non dagli uomini politici o dai sociologi o dal clero o dalle élites di rivoluzionari, e nemmeno dai tecnici e dai rettori delle università, ma dal popolo stesso. Dobbiamo, in un senso del tutto letterale, «presentarci al popolo» con una domanda che non gli è mai stata posta: «Che genere di mondo volete, di qui a dieci, venti, trent’anni?». Dobbiamo, in breve, dare l’avvio a un ininterrotto plebiscito sul futuro».


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