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«Napule è na' carta sporca. E nisciuno se ne importa», cantava Pino Daniele con la sua voce inconfondibile. Ma per descrivere appieno la sua città, il grande  cantautore avrebbe dovuto aggiungere una semplice e quasi mai banale congiunzione: anche.

«Napule è anche na' carta sporca. E (quasi) nisciuno se ne importa».

No, davvero non basta una singola definizione, neppure quella di Pino Daniele, per esprimere cos’è Napoli. Forse dovremmo ricorrere a Luigi Pirandello: Napul’è una, nessuna e centomila. E, infatti, una sterminata letteratura da secoli ci mostra il volto, il non volto e i centomila volti della città.

Eppure non basta, questa sterminata letteratura, a dirci per intero come Napul’è. E infatti il nuovo libro di Ugo Leone, intitolato, per l’appunto Napul’è, appena pubblicato con Intra Moenia (pag. 110, euro 12,00), ce ne offre uno spaccato nuovo, originale: la città com’era e com’è tra icone letterarie e qualità della vita, come recita il sottotitolo.

Con questa sua lettura della sua città Ugo Leone si propone  di costruire «un ritratto del presente con la ricerca di radici nel passato rintracciabili soprattutto attraverso una fonte privilegiata, ma non esclusiva: quella offerta dalla lettura dei diari dei viaggiatori degli ultimi duecento anni».

L’idea è quella di farcelo raccontare, come Napul’è, dai grandi personaggi, non partenopei, che hanno visitato la città dal ’700 a oggi. Si comincia da Johann Wolfgang Goethe, che giunge a Napoli il 25 febbraio 1787 cogliendo dal di dentro i tratti originali e si finisce con Emily Dickinson, che in pieno Ottocento osserva Napoli e il Vesuvio da lontano, dalla sua bianca stanzetta ad Amherst nel Massachusetts, ma con «occhi interessati e nuovi». Con occhi interessanti e visione originale.

Napul’è anche quella, immaginata, di Emily Dickinson.

È davvero impressionante il fatto, documentato con un’incredibile e dotta serie di citazioni, che i tanti viaggiatori stranieri che l’hanno raccontata ne abbiano colti, nel corso dei decenni, tutti gli aspetti. Compresi gli aspetti che i napoletani colgono ancora oggi della loro città.

Stracciona ed europea. Ricca e povera. Cialtrona e mirabile. Paradiso e inferno.

Già, paradiso. Un paradiso totalizzante agli occhi di chi ci vive: «Il napoletano crede di essere il proprietario del paradiso e si è fatta un’idea assai triste dei paesi del settentrione», scrive, ammirato il tedesco Johann Wolfgang Goethe.

Ma anche inferno che si crede paradiso, come testimonia il francese Creuzé de Lesser: «Questa Napoli così vantata non ha di bello se non ciò che non è suo… Niente. Niente mi rimane più nella memoria… Più si vede, e più si è disgustati delle frasi e di coloro che le fanno».

Forse si riferiva a quel detto, Veder Napoli poi muori, che Pold De Gaillard propone di trasformare Veder Napoli e ritornare a Roma. Vedi Napoli e scappa via.

Eh, sì. Nell’antologia ragionata che ci propone Ugo Leone viene spesso riproposta quell’immagine di Napoli – vecchia di almeno otto secoli, perché risale almeno al XIII secolo, secondo Benedetto Croce – che la vuole “paradiso abitato da diavoli”. Un’immagine vera, sia chiaro. Riproposta non solo da mille indagini sui lazzaroni e sui “selvaggi urbani” che da secoli popolano la città. Ma anche da mille indagini scientifiche e ambientali che ci propongono in termini quantitativi, coi numeri, la percezione che ne hanno i viaggiatori: una città affollata e povera, caciarona e popolana, esposta a mille rischi – l’aria e l’acqua inquinata, il colera, i terremoti, i vulcani (il Vesuvio, che è un’icona della città; ma anche i Campi Flegrei, di cui molti dimenticano l’esistenza). Insomma, una città perennemente alle prese con un ambiente urbano che trasforma tutti i napoletani, di ogni epoca e classe sociale, in “nuovi poveri”: quelli a cui è negata, appunto, una decente “qualità della vita”.

È dunque reale anche l’altra immagine di Napoli che, sulle tracce della qualità della vita, ci propone Ugo Leone: un inferno abitato da santi.

Di luogo dove la vita è difficile come in poche altri metropoli dell’occidente: sporca e rumorosa, inquinata e inefficiente come nessun altra in Europa.

Ma Napoli non è solo questo.

Napul’è anche viva e creativa come poche altre al mondo. E santi sono, per l’appunto, i creativi in ogni campo: dal vicolo (straordinario il racconto di quei bambini di strada che si scaldano sulla pietra arroventata dal fabbro; e che dire di quell’invenzione tutta napoletana dei “ricercatori di spazzatura”?), alle università e ai centri di ricerca. Dalle botteghe artigiane ai laboratori di tutte le arti. Dal teatro e al cinema (di valore assoluto Edoardo De Filippo e Totò). Ecco: Napul’è (anche) un palcoscenico che ospita ogni genere di rappresentazione: la tragedia, il dramma, la commedia, la farsa. Le serie televisive: da Un posto al Sole a Gomorra.

Ebbene se Napoli è centomila – perché centomila sono le città che convivono – è anche una, perché adattamento e creatività sono il tratto comune. 

Il libro di Ugo Leone non risolve il tema di Napul’è. Ma è una buona guida per intraprendere, a nostra volta, il Gran Tour in città. Perché, come sostiene Franco Miracco: «Per ritrovare Napoli bisogna voler scendere nei labirinti della sua storia». E la storia ha confezionato una città ancora irrisolta: perennemente in bilico tra suburra e “regina del Mediterraneo”. Eppure, questo il messaggio di Ugo Leone, per quanto non ancora risolto quel mistero che la storia ha avvolto nel mistero non è irrisolvibile. Molto è cambiato da quando Goethe è venuto a Napoli. Molto può (deve) ancora cambiare.


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