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Allarme o allarmismo? Come che sia, quando si affronta il problema dei mutamenti climatici, come ormai avviene sempre più spesso e da sempre più versanti, la preoccupazione per il futuro è palpabile. Un significativo allarme ce lo riferisce già nella copertina il numero 1224 (29 settembre/5 ottobre 2017) dell’Internazionale: Se non fermiamo subito il cambiamento climatico, la Terra potrebbe diventare quasi inabitabile in meno di cent’anni. È questo il tema affrontato nell’articolo di David Wallace-Wells (La fine del mondo) sul New York Magazine dell’8 settembre 2017 che ha fatto discutere gli esperti di clima i quali cercano di stabilire il confine tra allarme – che è sempre scientificamente corretto – e allarmismo che va affrontato con la dovuta prudenza.

La tesi di Wallas-Wells è che noi (comuni mortali) non sappiamo come stanno veramente le cose. Ci illudiamo che il problema legato all’aumento globale delle temperature sia lo scioglimento dei ghiacciai polari e l’innalzamento del livello degli oceani, mentre può essere molto peggio. E questo peggio, sostiene, non ci è reso noto per una sorta di “reticenza scientifica” che non ci consente di prendere nella dovuta considerazione i rischi che la Terra e gli oltre sette miliardi e mezzo dei suoi abitanti corrono se non si dovesse intervenire immediatamente.

Un rischio questo della lentezza degli interventi, peraltro, non remoto specialmente dopo l’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e malgrado la nota di speranza legata all’incremento degli investimenti nelle energie rinnovabili e al progressivo abbandono dei combustibili fossili da parte di India e Cina.

Ma potrebbe non bastare. Anzi certamente non basta per raggiungere l’obiettivo degli accordi di Parigi (dicembre 2015) di contenere in due gradi l’aumento medio delle temperature. Non solo, ma, sempre secondo l’articolo al quale mi sto riferendo, il realistico timore dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite che studia il cambiamento climatico, è che all’inizio del prossimo secolo si possa raggiungere un incremento di quattro gradi.

Insomma, l’ipotesi dell’avvicinarsi della sesta estinzione appare sempre più realistica. Sesta perché, evidentemente, ce ne sono già state cinque. In realtà la gran massa, ormai anche i bambini specialmente dopo Jurassic Park, sa che 65 milioni di anni fa si estinsero i dinosauri. E quella fu la quinta e ultima. Quattro l’avevano preceduta e tutte provocate da mutamenti climatici. La maggiore si è verificata nel periodo geologico del Permiano, 225 milioni di anni fa. Un’estinzione nota in inglese col termine di Great Dying (grande moria) dal momento che pare che a morire sia stato il 96% delle specie viventi.

L’articolo di David Wallace-Wells fa un lungo elenco delle inimmaginabili situazioni provocate dalla reazione a catena alimentata dai mutamenti climatici. E conclude scrivendo che «quando ci renderemo veramente conto di che mondo abbiamo creato, dicono gli studiosi, troveremo anche il modo per renderlo vivibile. Secondo loro l’alternativa è semplicemente inimmaginabile».

Ce n’è a sufficienza per provocare reazioni ed alimentare un ampio dibattito. Come, di fatto, è avvenuto mettendo in discussione l’opportunità di sostenere tesi allarmanti che potrebbero indurre all’inazione del “non c’è più nulla da fare”. Ma anche sostenendo che allarmi come questo potrebbero dare una scossa per impegnarsi a livello planetario per ridurre le emissioni di gas serra.

Tutto sotto la spada di Damocle della sesta estinzione.

Estinzione dunque?

La caratteristica di ciascuna delle estinzioni di cui si ha notizia è che alle crisi che le avevano determinate seguì sempre un periodo, come lo definisce Danilo Mainardi, di “rigoglio evolutivo” favorito dalla scomparsa della causa che le aveva prodotte. Ebbene, e questo è il punto, l'estinzione verso la quale l’umanità starebbe andando, si differenzia dalle precedenti per un motivo importante: per la prima volta nella storia della vita è la specie umana la causa della crisi. Di conseguenza se il successivo “rigoglio evolutivo” si ottenesse con la scomparsa delle cause che l’avevano prodotta, questa scomparsa riguarderebbe la specie umana. Insomma è come se la nostra specie stesse organizzando il proprio suicidio.

Pur con tutte le giuste preoccupazioni sul nostro futuro –ma anche sul presente- non credo alla sesta estinzione, al suicidio dell’umanità, ma, molto più ottimisticamente, al sopravvento del principio di conservazione. Tuttavia è importante riflettere sulle cause e sul modo in cui si potrebbe uscire da questo pericolo. Dal rischio, cioè, che l’umanità possa andare verso una estinzione che potrebbe essere seguita da un “rigoglio evolutivo” che non avrebbe spettatori umani e quindi sarebbe priva di esseri animati capaci di descriverlo e raccontarlo.

D’altra parte non è possibile trascurare le posizioni di studiosi della materia quali Giulio Giorello (L’Apocalisse? C’è già stata in Ambiente Rischio Comunicazione 10, novembre 2015, Estinguersi o evolvere?) il quale ricorda che più volte la Terra ha conosciuto enormi estinzioni di massa ma ora la catastrofe potrebbe avvenire per mano dell’uomo. Così anche, sulla stessa rivista, Telmo Pievani (Una predizione corretta, sfortunatamente) che ricostruisce cause, effetti e “proiezioni” future ricordando che «l'estinzione di massa del Permiano è quasi inimmaginabile: è la madre di tutte le estinzioni di massa. Non oltre il 10% delle specie è riuscita a sopravvivere. Da questa piccola percentuale, fu ricostruita l’intera biodiversità, in un lento processo di ripresa che, secondo Benton, si è realizzato forse in 100 milioni di anni. L'albero della vita subì una potatura radicale: il 90% dei rami vennero tagliati, in tutte le nicchie ecologiche e in tutti i settori degli esseri viventi». E, ancora, (e mi riferisco sempre a questo prezioso numero di Ambiente Rischio Comunicazione) Marco Ciardi (La fine di Atlantide e l'origine dei popoli civilizzati) il quale, tutto sommato, apre alla speranza dei sopravvissuti all’estinzione come dopo la fine di Atlantide. E, d’altra parte, come scrive Pietro Greco (I due volti della catastrofe) alle catastrofi noi homo sapiens dobbiamo tutto se appena ci fermiamo a ricordare che «il Big Bang è stato il più grande e creativo evento catastrofico di cui abbiamo notizia». Ma, come conclude Pievani, «il paradosso dell’Homo sapiens, come causa della sesta estinzione di massa è difficile da risolvere per due motivi: uno politico, cioè la mancanza di coordinamento internazionale; e l’altro psicologico, cioè la mancanza di capacità di previsione. Una singola nazione può fare ben poco se le altre non collaborano. Le dinamiche ecologiche non rispettano la stretta tempistica delle campagne elettorali e le leggi della popolarità, possono quindi improvvisamente venire meno i servizi forniti dall’ecosistema. Realizzare una buona pratica di conservazione oggi porterà i suoi frutti tra almeno un paio di generazioni. Certo, non è facile investire soldi e prendere un impegno etico in favore di qualcuno che ancora non esiste, ma dobbiamo armarci di fantasia e cercare di farlo. Dopotutto, potrebbe essere un modo intelligente per marcare ciò che ci differenzia dai dinosauri».

Tutto ciò da un punto di vista prettamente antropocentrico. Se giriamo l’osservazione dalla patrte degli animali le cose cambiano radicalmente. Ce lo dimostra il caso di Chernobyl che non pochi scienziati stanno prendendo in considerazione. Sta accadendo, infatti che in quest’area dell’Ucraina drammaticamente colpita dall’incidente nucleare del 1986, 116.000 residenti furono costretti ad andar via. Ora, secondo Current Biology, l’abbondanza di cervi, cinghiali, capriole, lupi e altri mammiferi dimostra che lo spopolamento umano ha favorito la fauna selvatica. Il che porta a concludere che la presenza umana con la caccia, l’agricoltura e la silvicoltura ha sull’ambiente e le sue componenti animali un impatto più forte delle radiazioni nucleari.

È quanto sostiene anche l’etologo Enrico Alleva presidente della Federazione di scienze naturali e ambientali, il quale in una intervista a Repubblica dell’8 ottobre 2015 (Se l’uomo si allontana la natura rifiorisce) ricordava che «quando gli uomini abbandonano zone coltivate, lasciano agli animali un’esplosione di risorse. Le viti o gli alberi da frutto producono certo di meno senza la cura degli agricoltori, ma lasciano i loro prodotti agli animali. Uccelli e roditori se ne nutrono, favorendo così i serpenti che sfamano a loro volta i rapaci». Insomma «Quando l’uomo va via, il bosco si espande. Gli scoiattoli sotterrano le ghiande e poi le dimenticano. Idem fanno le ghiandaie. Gli alberi crescono, a meno che il capriolo con i suoi denti a scalpello non li mangi da piccolo. E anche altre specie come lupi e cinghiali aumentano di numero».

In questi casi gli animali, ma anche le piante potremmo aggiungere, non stanno facendo altro che aspettare la sesta estinzione – quella degli essere umani – per il loro rigoglio evolutivo.

Qui sta la scelta dell’umanità: estinguersi o evolvere? Ed è una scelta per la quale, come notava Pievani, è indispensabile il coordinamento internazionale perché una singola nazione può fare ben poco se le altre non collaborano. Anche se si tratta dei due sub-continenti India e Cina le cui “buone pratiche” ricordavo con una punta di ottimismo.


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