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«L’uomo è ciò che mangia», scriveva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach nel 1862. Il suo scopo era quello di promuovere il materialismo radicale e risolvere gli urgenti problemi sociali dell’epoca. Ma la sua celebre frase si presta bene ancora oggi a descrivere le differenze sociali ed economiche in fatto di alimentazione.

Riconoscere il luogo di origine di una persona in base a ciò che mangia è semplice, se pensiamo ai piatti tradizionali. E in base al carrello della spesa possiamo valutarne anche il tenore di vita e le abitudini alimentari. L’Osservatorio Immagino Nielsen Gs1 Italy fa proprio questo: sbircia nel carrello della spesa, in questo caso degli italiani, per leggere le nuove tendenze.

Il rapporto dell’Osservatorio Immagino ha esaminato l’andamento delle vendite di 73.500 prodotti di largo consumo tra giugno 2016 e giugno 2017. Prodotti che hanno generato
circa 33 miliardi di euro di vendite, pari al 78% di quanto venduto in totale da ipermercati e supermercati sul territorio nazionale.

Ma allora come mangia lo stivale? In fatto di acquisti alimentari l’Italia non si presenta affatto unita, anzi si fa in quattro. Rispetto alla media nazionale, il Nord-Ovest d’Italia preferisce prodotti healthy con meno zuccheri e meno calorie, e con un più alto apporto di fibre. Il Nord Est dello stivale, invece, sceglie cibi con maggiore apporto calorico, un più alto contenuto di grassi e un minor tenore di carboidrati e fibre. La dieta del Centro Italia, Sardegna compresa, punta tutto sulle proteine, che risultano in pole position negli acquisti. Mentre al Sud si consumano per lo più carboidrati e zuccheri: pane e pasta la fanno da padroni.

Ma questa prima analisi forse è un po’ scontata e riflette le tradizioni alimentari regionali. Quello che invece salta all’occhio leggendo il rapporto Nielsen è che continua a crescere l’acquisto di prodotti ritenuti salutari. Primi in classifica i prodotti “senza”.

Senza zuccheri, senza calorie, senza olio di palma. Senza sale o aspartame, senza i temutissimi OGM e senza conservanti. Il 18,4% dei prodotti alimentari monitorati dall’Osservatorio hanno in etichetta un claim di questo tipo. Quanti sono? Ben 46.600. Un paniere che ha generato circa 6,5 miliardi di euro di vendita, crescendo in un anno del 3,1%.

Il mondo del free from si estende quindi sull’onda del salutismo dilagante, anche se di salutare, spesso non c’è molto, come nel caso del “senza sale” e del “senza glutine”. Del resto conosciamo sempre come viene rimpiazzato l’elemento mancante?

Intanto, a registrare il trend di crescita maggiore in un anno sono i prodotti senza olio di palma (+17,6%), seguiti da quelli senza grassi saturi (+7,6), e appunto dai prodotti senza sale, che hanno registrato un notevole aumento delle vendite: +7,2%. Oggi quasi l’1% degli alimenti confezionati, esaminati dall’Osservatorio, riportano la dicitura “senza sale” o “a ridotto contenuto di sale”. Un claim che ha attirato specialmente i consumatori del Nord-Ovest italiano e del Sud, dove le vendite sono cresciute rispettivamente del 9% e del 10,2%. Più della media nazionale. Mentre invece le vendite di sale sono diminuite del 2,1%.

Ma siamo sicuri che meno sale sia meglio? Il consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è sicuramente quello di ridurne il consumo, ma scegliere cibi a basso contenuto di sodio potrebbe non essere una scelta vincente. Non stiamo parlando di prodotti come le verdure fresche, che notoriamente hanno un basso contenuto di sale, ma di tutti quei prodotti che riportano in etichetta le suddette diciture. Secondo uno studio canadese pubblicato sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, le confezioni di pollo e di carne del supermercato che esibiscono le etichette incriminate non hanno il sodio è vero, ma hanno un contenuto di potassio del 44% superiore a quello dei cibi tradizionali. Tanto vale farsi male con il sale, verrebbe da dire.

Su un’analisi di circa 40 prodotti a base di carne, i ricercatori hanno trovato che i prodotti senza sale avevano fino al 38% in meno di sodio rispetto al prodotto salato normalmente (quando affinché un prodotto sia classificato come dietetico e senza sale, ne basta il 25% in meno). Ma, in compenso, contenevano molto potassio, aggiunto come insaporitore: tra i 210 e i 1.500 milligrammi ogni 100 grammi. Senza sale sì, ma con livelli di potassio decisamente troppo alti. Soprattutto per chi sceglie il “senza sale” per problemi renali o cardiaci e potrebbe ritrovarsi con un nuovo nemico da combattere.

Nel mondo del free from, poi, non si possono dimenticare le due etichette regine delle intolleranze alimentari: “senza glutine” e “senza lattosio”.

Che siano vere o presunte, diagnosticate da un medico o autodiagnosticate, le intolleranze alimentari si confermano dei micidiali motori propulsori delle mode alimentari degli italiani. Tanto che l’offerta di prodotti contrassegnati dal claim “senza lattosio” o “senza glutine” è cresciuta di oltre l’11% in un anno. E infatti dei 46.600 prodotti esaminati dall’Osservatorio, ben 6.000 sono senza glutine o senza lattosio. Ad aumentare, però, non è stata solo l’offerta sugli scaffali del supermercato, ma anche la vendita. Nell’ultimo anno gli acquisti di questi prodotti sono cresciuti del 2,9%, generando un giro d’affari di 3 miliardi e 200 milioni di euro, pari al 13,9% del fatturato alimentare totale.

E così la culla della dieta mediterranea, la patria della pasta e dei formaggi più invidiati al mondo si è improvvisamente scoperta affollata di celiaci, ipersensibili al glutine e intolleranti al lattosio. Malati veri o immaginari? È questo il dilemma, perché non tutti gli haters del glutine sono veri celiaci. Ma con la complicità di vip, blogger, influencer e chi più ne ha più ne metta, la moda del gluten free si diffonde senza sosta, a tal punto che l’Associazione Italiana Celiachia (AIC) è stata costretta a scendere in campo per mettere in guardia probabili celiaci e non celiaci dai rischi di un’alimentazione gluten free. Sì, perché la celiachia ha un’incidenza dell’1%, perciò in Italia su 60 milioni, 600.000 dovrebbero essere celiaci. Ma a oggi, i diagnosticati sono solo 190.000. Quindi da un lato la maggior parte dei celiaci non sa ancora di esserlo e con un’alimentazione senza glutine, intrapresa magari per moda, rischia di diventare un paziente mai diagnosticato e magari di trasmettere inconsapevolmente la predisposizione alla malattia ai propri figli. Dall’altro lato, invece, ci sono quasi 6 milioni di italiani che mangiano gluten free senza essere celiaci per una scelta “salutare”. Ma da un confronto di 654 prodotti senza glutine con gli equivalenti glutinosi, condotto dai nutrizionisti della Società europea di gastroenterologia, pare che il pane senza glutine avesse un livello molto maggiore di grassi e acidi grassi saturi, le paste un più basso contenuto di proteine e zuccheri e i biscotti un minimo contenuto di proteine e troppi lipidi. Pane, pasta e farine con il glutine, invece, avevano un contenuto 3 volte maggiore di proteine rispetto ai loro sostituti gluten free. Siamo sicuri, quindi, che gluten free sia una scelta salutare?

L’altra faccia della medaglia del free from è, invece, l’incremento delle vendite dei cibi rich in. Cibi naturalmente ricchi o arricchiti di fibre, vitamine, minerali come calcio e ferro, o acidi grassi Omega 3. Sono quasi 4.000 i prodotti alimentari di largo consumo che oggi riportano in etichetta almeno un claim rich-in, una quota in crescita del 7,8% nell’ultimo anno, con un giro d’affari che ha superato i 2,2 miliardi di euro.

In particolare le vendite dei prodotti contrassegnati come “integrali” – una dicitura diventata sinonimo di “più salutare” in automatico – sono avanzate del 14,2% in un anno. Seguite a ruota da quelle dei prodotti che in etichetta hanno il claim “fonte di calcio” (+10,1%) e da quelli che segnalano il contenuto di Omega 3 (+9,2%). Ma siamo sicuri di dover integrare la nostra dieta perché non assumiamo questi componenti a sufficienza? E poi, quale sarebbe la quantità quotidiana necessaria per ottenere l’effetto sperato? Sono pochi i consumatori consapevoli di quello che infilano nel carrello, e sempre più spesso ci si lascia abbindolare dal claim di turno. E anche in questo caso, il popolo italiano si è spartito le ultime tendenze in fatto di alimenti rich in. I prodotti integrali hanno vinto a mani basse al Sud, gli Omega 3 hanno conquistato il Centro, gli alimenti ricchi di calcio sono prediletti a Nord-Ovest, mentre il Nord-Est italiano è quello che ha registrato il calo più alto nelle vendite di alimenti ricchi di ferro.

Tra alimenti “senza” e “ricchi di” ecco che veri e proprio alimenti vengono assurti a una sorta di divinità in grado di regalare immediatamente un qualsiasi segno di benessere. E se una volta era il più mediterraneo limone a farla da padrone in questo campo, la fine del 2016 e i primi sei mesi del 2017 hanno visto assoluto protagonista lo zenzero. Questa radice mediorientale, già apprezzata da tempo in Nord Europa, è entrata prepotentemente nelle cucine italiane raddoppiando le vendite in soli dodici mesi: +108,4% in un anno. Per un totale di 25 milioni di euro spesi in zenzero dagli italiani. Disidratato, in polvere per tè e tisane, ma anche a pezzi nelle tavolette di cioccolato, negli yogurt, aggiunto ai succhi di frutta o ai cocktail, nelle insalate confezionate e persino in zuppe e secondi pronti, lo zenzero è diventato la panacea per tutti i mali, dal raffreddore ai problemi gastrointestinali. Anche se non tutto oro quel che luccica: anche lo zenzero ha le sue controindicazioni. Una tra tutte è che è un allergizzante. Resta esclusa per ora dal report la curcuma, cugina dello zenzero. Ma c’è da scommetterci che questo sarà il suo anno, e che nel prossimo report ci sarà anche lei.

Intanto continua a restare sulla cresta dell’onda la quinoa, le cui vendite sono incrementate del 63,5% in un anno, e le onnipresenti bacche di goji, con un aumento del 22,5% nelle vendite. Mentre tra i dolcificanti, la stevia sfiora un aumento delle vendite del 30% ed è sempre più presente in caramelle, tavolette di cioccolato e bevande. In netta crescita (+14,5%) anche le vendite dello zucchero di canna, elogiato e considerato più sano e naturale da chi demonizza lo zucchero bianco al pari di un veleno. Un grosso equivoco – per non dire una totale sciocchezza – come spiega il chimico e divulgatore scientifico Dario Bressanini.

Altro grande calderone, in cui invece si riflettono identità culturali, etiche, religiose ed economiche in modo molto più marcato, è quello che l’Osservatorio Immagino ha definito lifestyle. Ovvero tutti quei prodotti in qualche modo identitari e indicatori di un preciso stile di vita: biologici, idonei a uno stile di vita vegetariano o vegano, kosher e halal. Ben 5.500 prodotti – un numero che sfiora quello del gluten free e del lactose free – che hanno registrato un aumento delle vendite pari al 9,6%, generando un fatturato di 1,8 miliardi di euro.

In pole position c’è sempre lei, l’etichetta bio. Il mondo del biologico, nonostante le sue mille contraddizioni e il costo esorbitante, resta la locomotiva della spesa lifestyle. In un anno ha raggiunto il 14,5% di crescita, arrivando a rappresentare il 3,0% di tutte le vendite del comparto food rilevato dall’Osservatorio Immagino.

Va veloce anche il comparto veggie (vegetariano e vegano) che, con un aumento delle vendite di oltre il 10%, sfiora il biologico arrivando al 2,7% di tutte le vendite del comparto food. Un risultato raggiunto con meno della metà nel numero di prodotti rispetto a quelli bio. L’interesse per il mondo veggie è trasversale, ma è soprattutto nel profondo Sud che sia il biologico che il veggie stanno guadagnando terreno, con una crescita rispettivamente del 22,8% e del 13,4%.

Dal rapporto dell’Osservatorio Immagino ne esce quindi un’Italia spaccata in quattro.

Il Nord-Ovest predilige prodotti che comunicano la loro “italianità”, con il tricolore o il claim “100% italiano”, e prodotti pensati per chi ha problemi di intolleranze alimentari, gluten free o senza lattosio. Nel Nord-Est dell’Italia si trova, invece, lo zoccolo duro dei sostenitori del biologico, dei prodotti senza OGM, glutammato o aspartame.

Il carrello della spesa del cittadino medio del Centro Italia si fa sempre più affollato di prodotti ricchi di vitamine, calcio e Omega 3. Mentre al Sud cresce l’attenzione per i prodotti senza olio di palma, senza sale, senza zuccheri aggiunti e con pochi grassi, e si registra la crescita più alta di prodotti biologici e vegan.

Intanto il denominatore comune del carrello della spesa degli italiani resta il salutismo, unico dogma con cui vengono giustificati – anche dallo stesso Osservatorio – gli acquisti lifestyle, free from e rich in. Ma siamo sicuri che in questi acquisti si nasconda davvero l’elisir del benessere? O meglio siamo sicuri di saperne abbastanza, di essere informati davvero e non con una rapida googlata o per aver visto l’ultima Instagram Stories dell’influencer di turno? Sappiamo quanta scienza si cela dietro un prodotto ritenuto “salutare”, che sia zucchero di canna, farina integrale o gluten free? Perché se è vero che la salute passa anche dall’alimentazione e che la prevenzione si fa prima di tutto a tavola, sbagliare potrebbe dire anche farci del male da soli.


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