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Delizie d’Oriente. Una storia della cultura gastronomica

Peter Heine
Enogastronomia
Sellerio
2017 (orig. 2016)
Trad. Marina Pugliano e Valentina Tortelli
Pag. 231 euro 16

Islam. Tavole imbandite. I musulmani non mangiano carne di maiale, di rado si godono un bicchiere di vino, considerano spesso l’elemosina una buona maniera a tavola, hanno importato alcuni nostri cibi e cucine, hanno esportato molti loro cibi antichi (frumento, riso, zafferano, cannella, chiodi di garofano a esempio) e antichissimi (prima della loro religione), e cucine (falafel, hummus, kebab, cuscus, marzapane a esempio), come anche modi di cucinare gli ingredienti alimentari. L’islamista tedesco Peter Heine (Warendorf, Westfalia, 1944) illustra in otto parti alcuni aspetti cruciali della pratica e della cultura enogastronomica d’Oriente, iniziando proprio da suino e vino (il secondo con un divieto più recente e meno rigoroso), inframezzando il saggio con gustose ricette (oltre 50 in tutto), letteratura, vita quotidiana. Seguono ampie trattazioni di storia della cucina e splendidi capitoli sulle migrazioni culinarie, pure i legami gastronomici sono meticci e pacifici.


Di qua e di là dal mare. Filastrocche migranti

Carlo Marconi
Illustrato
Edizioni Gruppo Abele
2018
Pag. 74 euro 15

Un mare in mezzo a terre. Prima, ora, ancora. Partenze, fughe, approdi in 21 filastrocche, intitolate come un alfabeto: addio, barcone, clandestino, deserto, eroe, fuga, girotondo, home, idea, lingua, mare, naufragio, ospite, parola, questura, rispetto, straniero, telegiornale, uguale, vattene, zattera. Pare che nel mondo ci sia posto per tutti. Alcuni migrano, per necessità o per scelta, tante donne e uomini, bambine e bambini diversi le une dagli altri. Qualcuno attraversa il Mediterraneo e le domande (oltre che le paure) si affollano nella testa di chi convive qui. L’ottimo maestro Carlo Marconi ha provato a parlarne e a lavorarci con i propri alunni; 24 bravi illustratori hanno arricchito il progetto di grandi immagini colorate; ne vien fuori un volume di deliziose filastrocche (diverse nel ritmo, nella lunghezza, nella metrica, nelle emozioni che suscitano in chi legge), col quale si sostengono le attività di cooperazione del Gruppo Abele in Costa d’Avorio. Fate girare!


Fiori sopra l’inferno

Ilaria Tuti
Noir
Longanesi
2018
Pag. 366 euro 16,90

Autunno 2016. Travenì, Friuli Venezia Giulia. Ė un piccolo villaggio raccolto nella conca formata da una corona di montagne, non lontano dal confine con l’Austria, a circa cento chilometri da Udine; un centro minuscolo, torre medievale in piazza, stazione ferroviaria, un migliaio di abitanti (turisti esclusi), ventimila ettari di foresta intorno (e animali “selvaggi”, grotte, cave, miniere, laghi, cascate, l’orrido dello Sliva), interessato a breve dalla costruzione di un nuovo polo sciistico con disboscamenti e forte impatto ambientale. Fuori dal paese viene rinvenuto un cadavere senza occhi (strappati via e scomparsi), adagiato e “allestito” supino nudo sull’erba, coperto di brina, vicino fra i rovi un totem fatto con gli abiti insanguinati; si tratta di Roberto Valent, ingegnere civile 43enne nato e cresciuto nella valle, padre di Diego, scomparso da due giorni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola. Arrivano dalla città la non più giovane commissaria Teresa Battaglia con i due storici collaboratori e il nuovo aitante bell’ispettore metropolitano Massimo Marini, appena assegnato alla squadra. Lei è nata il 20 maggio 1958, aveva subito per un po’ il pessimo marito, non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, appare malata e sola, gestisce a fatica un diabete insulinodipendente e l’incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. Esperta ed energica, scontrosa e determinata, capisce subito che c’è un disegno nella prima violenza, che non finirà lì. Ha doti di profiler, anche se emergono come contraddittori i connotati della personalità del colpevole rispetto all’evoluzione criminale della specie umana. Del resto, il gruppo misto degli amici di Diego percepisce da tempo una presenza oscura (non malevola) nel bosco, qualche cattiveria e qualche bontà ruotano intorno alle loro famiglie.
Di valore e di successo l’esordio nel romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, soprattutto investigatori e bimbi, talora anche “lui”, che osserva a distanza e agisce per mimesi, a causa di un’identità poco sociale, scolpita nel passato. L’incipit e alcuni intermezzi dell’efficace narrazione riguardano infatti la Scuola, cupo orfanatrofio montano dove nel 1978 si facevano strani criminali esperimenti; a suo modo, nel brulicante Nido, cresceva un individuo nel posto numero 39. Lentamente, inesorabilmente emergono truci connessioni con un passato ancor più remoto e col presente. Il titolo (“tratto” dal poeta giapponese Kobayashi Issa) si riferisce al fatto che talora chi compie del male vede l’inferno che ciascuno abbiamo sotto i piedi (mentre noi contempliamo benevolmente i fiori che crescono in superficie); per stanarlo occorre vedere oltre i fiori, cercare l’inferno. La bellezza aspra del paesaggio e dell’ecosistema (siamo in zona Tarvisio, sono immaginarie solo le denominazioni) stride ben presto con le dinamiche misere e le doppie vite all’interno della comunità paesana, dentro e fuori le mura familiari. Ne vien fuori una multiforme toccante riflessione sul legame indefinibile e arcano, primitivo e sacro, pro-creato dalla maternità, su adulti che tormentano i bimbi o li privano delle cure affettive, sulle teorie eugenetiche e, di converso, sulle pratiche empatiche della genitorialità e della vita. Nei conventi per secoli c’era spesso una ruota degli “innocenti” esposti. L’autrice (mamma da poco, la dedica è a Jasmine) semina con maestria indizi, forse il serial killer non intende delinquere in una camera chiusa, forse i crimini e i criminali sono tanti ma non tutti. A Teresa fanno compagnia bei libri e buon jazz.


Il morso della reclusa

Fred Vargas
Trad.: Margherita Botto
Noir
Einaudi
2018 (orig. 2017, Quand sort la recluse)
Pag. 435 euro 20

Parigi (e Sud-Est della Francia). Primavera 2016. Il basso magnetico mitico commissario Jean-Baptiste Adamsberg, ultracinquantenne bruno e magro, cafone montanaro originario del pirenaico Béarn (padre calzolaio), bambino (e adulto) ficcanaso refrattario alle regole, zigomi prominenti, grande naso aquilino, guance incavate, capelli bruni spettinati, algoso sguardo svagato, mento debole, sorriso storto, pelle olivastra, al polso sinistro due orologi (fermi), trascorre vacanze in Islanda, tranquillo e pacificato, c’è con lui Zerk (o Armel, il figlio conosciuto da poco, quando aveva già 28 anni). Lo richiamano in servizio con urgenza (e Zerk resta là): una bella 37enne è stata schiacciata per due volte sotto le ruote di un suv, l’assassino o è il disinteressato ricco marito o il servizievole presunto amante. Ad vede nella nebbia e risolve il caso con facilità, sembra Sherlock, senonché s’imbatte per caso nell’impossibile omicidio di due vecchi per il tramite di ragni. Mentre risolve con facilità un altro delicato caso (un pessimo stupratore sulle tracce di una sua tenente), l’amico, collega e vice Danglard contesta apertamente l’apertura di una nuova astrusa indagine, la squadra si trova in un clima malsano. A sorpresa emergono antichi crimini commessi dagli assassinati (fin dall’orfanatrofio) e altre precedenti morti pure connesse; con tradimenti e pugni, bolle e proto-pensieri, la squadra forse potrebbe ricomporsi intorno al capo. E il commissario è costretto a dirigersi frequentemente verso sud, in treno o auto (guidata da altri) che sia. Si confronta con lo psichiatra Martin Pescatore, visita il fratello Raphaël (più piccolo di due anni) all’Île de Ré, fa ricorso a vecchi amici, organizza uno scavo vicino Lourdes. C’è qualcuno paziente che la sa più lunga da molto tempo.
Da un quarto di secolo Fred Vargas delizia lettori e lettrici: ecco l’ultima meravigliosa opera dell’archeozoologa doppia e multipla, fiabesca e illuminosa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) per romanzi polar, colti e ironici. Ha la fissa del protagonista, delucidato in terza, maschio ormai senza più libido, in connessione con donne mai seduttive, giunto alla nona avventura della serie. Adamsberg è nebbioso lento trasandato iponervoso, ostinato prolisso visionario, già tiratore scelto, disegnatore assorto, lettore camminante; i pensieri si formano prima ancora che li pensi; non resta mai arrabbiato a lungo, prende sonno all’istante; ha andatura beccheggiante e vagabonda, una voce da tonalità basse e dolci; mangia con indifferenza e compra sigarette per il figlio lontano solo per potergliele subito rubare e fumare. La squadra è composta da 27 agenti dell’Anticrimine di Parigi (nel XIII°), oltre la metà è presente fin dal primo immediato Concilio, ognuno descritto con fantastica concreta creatività, fra scartoffie e distrazioni, gerarchie e fobie, tipo 87°. Questa volta è operativa ma più frastagliata la storica contrapposizione fra i positivisti materialisti eruditi, disturbati dalle divagazioni erratiche, e gli accomodanti deleganti, per i quali c’è poco di male a spalare nuvole di tanto in tanto, con in mezzo i noti moderati esitanti; destra e sinistra irrituali, visto anche che il vero centro è un individuo per definizione senza equilibrio e certezze. Eccelsi dialoghi surreali e curiosità linguistiche, citazioni colte e pedopsichiatria degli abbandonati, uno stile assecondato da stranezze ossefiane e multimediali. Si parla di cose orrende come in una fiaba, orripilante e leggiadra al contempo. La copertina è un po’ troppo simile a precedenti, il titolo indica il ragnetto eremita e pauroso, il ragno violino Loxosceles rufescend (reclusa nelle originarie Americhe). S’ingozzano e bevono alla maniera degli Alti Pirenei Atlantici: Garbure, Jurançon (bianco), Madiran (rosso).

 


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