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«Qui Marte, tutto bene». È con questo messaggio, in realtà un “beep”, che la sonda della Nasa InSight ha fugato tutte le paure per la sua discesa su Marte. Il 26 novembre 2018 alle 21:01 sono finiti così, in un tripudio di gioia per gli scienziati del laboratorio di Pasadena, i “sette minuti di terrore” cominciati alle 20:54 con l’inizio dell’ammartaggio sul pianeta rosso. InSight non ha lesinato neppure su quelli che ormai sono già i ricordi indimenticabili del suo arrivo: il primo scatto è emozionante, anche se un po’ ombrato dalla polvere alzata dai propulsori e dalle coperture in plastica a protezione delle due fotocamere. Il secondo è addirittura commovente ed è immancabile la condivisione social con tanto di frase e hashtag. Il secondo scatto è diventato così protagonista del primo tweet marziano di InSigh sul suo profilo Twitter: «Qui c’è una bellezza tranquilla. Mi guardo attorno per esplorare la mia nuova casa. #MarsLanding».

Nonostante la tempesta globale che aveva colpito il pianeta con venti di quasi 100 km/h e sabbia sottile sollevata ad alta quota che aveva oscurato la luce del sole per diverse settimane si fosse ormai placata da circa tre mesi, i rischi dell’ingresso nella tenue atmosfera marziana e dell’atterraggio morbido sulla sua superficie erano sempre enormi. Per questo la “frenata”, è sembrata interminabile. Minuti frenetici quelli che hanno condiviso. La sonda ha però superato tutte le fasi critiche: l’apertura del grande paracadute, l’espulsione dello scudo termico, il dispiegamento delle tre gambe incaricate di ammortizzare l’urto, e il dolce atterraggio sulla superficie. «Anche se non è più una novità – le prime sonde che hanno realizzato un’impresa simile risalgono al 1976 – è solo l’ottava volta che un “ammartaggio” morbido riesce» spiega Luciano Anselmo, ricercatore a Pisa del Laboratorio di Dinamica del Volo Spaziale presso l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISTI-CNR) “Alessandro Faedo”. «Quindi l’emozione, soprattutto per chi ha partecipato al progetto e ha investito diversi anni della propria vita in esso è grandissima, anche perché quando si deve atterrare sulla superficie di un corpo celeste nulla è mai dato per scontato e le incognite restano tante, come testimoniano gli innumerevoli fallimenti registrati su Marte» (vedi l’epilogo della missione Schiapparelli NdA).

Dopo un viaggio durato sette mesi, dunque, InSight è entrata nell’atmosfera marziana alla velocità di 19.800 chilometri all’ora e con le sue tre gambe è dunque atterrata sul quarto pianeta del sistema solare, più precisamente nel mezzo di una vastissima distesa di polvere: l’Elysium Planitia, una pianura come dice il nome che si trova in prossimità dell’equatore, nel bel mezzo di una vastissima area vulcanica.

Ed è ancora Anselmo a sottolineare l’importanza della scelta del luogo: «In questo caso, più che la spettacolarità del punto prescelto – per certi versi una pianura alquanto monotona – interessava invece posarsi su un’area pianeggiante priva di ostacoli, appositamente selezionata per potervi adagiare in maniera ottimale gli strumenti scientifici principali, nonché condurre le misurazioni e gli esperimenti previsti nel modo, si spera, più semplice possibile».

Il luogo scelto per l’atterraggio, oltre che per le caratteristiche fisiche favorevoli, sembra essere ancora geologicamente attivo e rappresenta il luogo ideale per studiare il mantello e il sottosuolo marziano. Lo scopo principale di InSight sarà infatti quello di studiare la crosta, il mantello e il nucleo del pianeta rosso. Ora la sonda ha aperto i pannelli solari per ricevere l’energia sufficiente per proseguire nell’esplorazione di un pianeta che, almeno all’apparenza, può sembrare morto. «Sicuramente Marte è un pianeta ancora “vivo”, almeno da un punto di vista geologico. Ma quanto lo sia ancora, dovrà scoprirlo proprio la nuova sonda, soprattutto con lo studio delle onde sismiche e del flusso di calore dall’interno» chiarisce Anselmo.

InSight ha ora davanti a sé 728 giorni terrestri di duro lavoro. Senza spostarsi dal punto di partenza su Elysium Planitia (è un lander, non un rover), scandaglierà il pianeta in profondità. Questi esperimenti cominceranno fra qualche settimana, quando il lander attiverà il suo braccio robotico e tutti gli strumenti scientifici per misurare le onde sismiche, generate dal vulcanismo, dalle fratture della crosta o dall’impatto di meteoriti e la temperatura del suolo. InSight permetterà così di mettere a punto una sorta di “radiografia” di Marte.

Anche nel vecchio continente, però, gli specialisti dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) hanno esultato. Il motivo è semplice: anche la tecnologia italiana è su Marte. Lo staff tecnico ha ricevuto i segnali di atterraggio attraverso la grande parabola Srt in Sardegna, strumento “made in Italy” collegato alla sonda. Inoltre InSight, lungo il percorso di 458 milioni di chilometri, è stato guidato da un sensore stellare costruito negli stabilimenti della Leonardo a Campi Bisenzio (Firenze). Ulteriore motivo di vanto per il bel Paese è anche Larri, uno strumento composto da microriflettori sviluppato dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) in collaborazione con l’Asi, che supporterà il lander nell’indicare l’esatta posizione su Marte.

«La scienza spaziale è sicuramente un’eccellenza del nostro paese, e non da oggi» rimarca Anselmo, che sottolinea quanto la ricerca italiana sia all’avanguardia. «Il nostro paese eccelle anche in tanti settori della tecnologia spaziale, dai lanciatori ai satelliti, senza dimenticare il prestigio in questo campo delle nostre università, degli enti di ricerca e, non dimentichiamolo, dei tantissimi nostri connazionali, scienziati e ingegneri, che lavorano all’estero. Le potenzialità per il futuro sono quindi enormi. Dipenderà solo dal sistema paese se decideremo o meno di approfittarne».

 

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