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Con la giornata mondiale dell’acqua il 22 marzo se n’è andata un’altra delle quasi 365 giornate mondiali di qualcosa che quasi ogni giorno si celebrano a livello internazionale. Questa dell’acqua è una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 nell’ambito dell’agenda 21 della conferenza di Rio de Janeiro: cioè delle cose da fare (agenda) per il 21° secolo.

Al momento, e sono passati 26 anni, più che di cose da fare è possibile registrare, puntuale ogni 22 marzo, l’elenco dei problemi irrisolti.

Generalmente si parte dalla considerazione che il nostro pianeta si chiama Terra, ma si dovrebbe chiamare acqua considerando che è questa la sua massima componente (il 70 per cento). Poi si passa a precisare che quel 70 per cento è costituito nella quasi totalità dalle acque (salate) di mari e di oceani e che “solo” un 5 per cento (4,5 milioni di miliardi di metri cubi) è l’acqua potabile. Si aggiunge che vi sono Paesi dove l’acqua si spreca e altri, nei quali vivono almeno un miliardo di persone, dove ce n’è pochissima. Sino ad arrivare a ripetere ormai dal 1995 (lo ha fatto per primo Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale) che «se le guerre del ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua». Poi, non mancano le osservazioni sugli sprechi nei consumi domestici e, ancor più, nel trasporto dell’acqua tramite una rete acquedottistica che ne perde molta per strada. Né si manca di ricordare che l’Italia è il paese europeo i cui abitanti bevono più acque minerali (generalmente in bottiglie di plastica) di tutti gli altri. Naturalmente ognuno di questi problemi viene ricordato con le possibili soluzioni e l’invito a intervenire.

Ma, niente paura, nessuno si preoccupi. Non i produttori di acque minerali; non gli amministratori degli acquedotti; non i dissipatori di acque domestiche (per bagni, docce, erogazione ai giardini, pulizia delle auto). Nessuno si preoccupi perché, come si dice, “passato il santo, passata la festa”. Se ne riparlerà il 22 marzo del 2019.

Intanto, però, il rapporto mondiale 2018 delle Nazioni Unite (United Nations World Water Development Report, WWDR) presentato a Brasilia proprio in occasione della giornata mondiale dell’acqua avverte che la soluzione all’emergenza idrica planetaria sta anche nella natura. Così, infatti (Nature based solutions for water) si intitola il rapporto che si propone di “istruire” i responsabili politici e decisionali informandoli del potenziale delle soluzioni basate sulla natura (NBS) per affrontare le sfide della gestione idrica contemporanea in tutti i settori e, in particolare, per quanto riguarda l’acqua per l’agricoltura, le città, la riduzione del rischio di catastrofi e la qualità dell’acqua.

Il tutto utilizzando o imitando i processi naturali per migliorare la disponibilità di acqua; migliorarne la qualità e ridurre i rischi associati a disastri legati all’acqua e cambiamenti climatici.

Già perché oggi e ancor più domani, è sempre vero che la guerra dell’acqua – come una sessantina di anni fa scriveva il geografo Jean Labasse – si combatte su due fronti: è una battaglia per l’acqua e di migliore qualità per tutti ed è una battaglia contro l’acqua in difesa dalla sua violenza.

Attualmente, sostiene il Rapporto, la gestione delle risorse idriche è sempre fortemente dominata dalle infrastrutture tradizionali, di origine umana, definite “grigie”, che sottoutilizzano le possibili soluzioni naturali. Quelle, cioè, definite infrastrutture “verdi” in grado di sostituire, ampliare o lavorare in parallelo con l’infrastruttura grigia in modo economicamente efficace. Con l’obiettivo di «trovare la combinazione più appropriata di investimenti verdi e grigi per massimizzare i benefici e l’efficienza del sistema, riducendo al minimo costi e compromessi».

Realisticamente non c’è da illudersi che le soluzioni “basate sulla natura” siano risolutive dei problemi. Ma è importante prendere atto costruttivamente anche di questa possibilità. Perché il maggior problema che si presenta per l’umanità presente e, ancor più, a venire è che comportamenti umani e mutamenti climatici interferiscano negativamente sul ciclo naturale dell’acqua. Su quel ciclo, cioè, che ogni anno, goccia più goccia meno, riproduce sulla Terra sempre la stessa quantità di acqua potabile. Che si ha un bel dichiararla una percentuale minima mentre è invece una quantità enorme e perfino equamente distribuita dalla natura su tutto il pianeta. Ma a condizione che il suo naturale riproporsi anno dopo anno non venga sconvolto.

Ma quali sono le quantità di riferimento?

La risposta è abbastanza semplice. Basta ricordare che l’acqua ricopre il 70% dei 510 milioni di chilometri quadrati che costituiscono la superficie terrestre. Ciò significa che, goccia più goccia meno, esistono sulla Terra 1.400 milioni di miliardi di metri cubi di acqua. Di questi, però, il 97% è costituito da mari e oceani, cioè da acqua che contenendo in ogni litro 35 grammi di sali (prevalentemente cloruro di sodio) si definisce salata. Solo una “piccola” parte – 40 milioni di miliardi di metri cubi – è costituita da acqua dolce la quale, però, per 30 milioni di miliardi di metri cubi è “ingabbiata” nei ghiacciai polari. Nel complesso l’acqua più o meno immediatamente disponibile per le esigenze umane, animali e vegetali (quella cioè rinvenibile nelle falde sotterranee sino a 750 metri di profondità, nei fiumi e nei laghi) è di circa 4,5 milioni di miliardi di metri cubi. Una quantità che è una percentuale irrisoria del totale dell’acqua esistente sulla Terra, ma che, in termini assoluti costituisce una disponibilità immensa. Si tratta, infatti, di 4.500.000.000.000.000.000 di litri (4,5 miliardi di miliardi di litri) teoricamente disponibili ogni anno. Poiché si calcola che gli abitanti della Terra sono sette miliardi e 500 milioni, una semplice serie di divisioni ci dice che, al momento, ciascuno di noi dispone quotidianamente di poco meno di 17.000 litri di acqua.

Se si pensa che nelle società più sprecone – l’Italia fra queste – si consumano 400 litri al giorno per abitante, si comprende meglio quali sono le reali dimensioni della questione.

Ma, anche si usa dire, l’altro problema è che questa acqua non è equamente distribuita. Anche di questa affermazione bisogna fare giustizia. Infatti se si osserva un planisfero e si cerca la distribuzione delle acque superficiali nei vari continenti si vede facilmente che fiumi e laghi di grandi dimensioni e portata esistono dovunque: a Nord come a Sud; nei paesi ricchi e in quelli poveri (la maggior parte, circa l’80%, è concentrata in alcuni grandi laghi: il Baikal in Siberia, i Grandi Laghi nel Nord America e, in Africa, i laghi Tanganika e Nyasa e nei maggiori fiumi: il Rio delle Amazzoni, il Congo, il Mississippi-Missouri).

D’altra parte se in tutte le occasioni di “conferenze” internazionali in cui si è affrontato il problema si è sempre sottolineato l’impegno a portare l’acqua a chi non ce l’ha, vuol dire proprio che l’acqua c’è e dovunque.

Se è così il problema non è di ordine naturale, ma umano. E sta nella mancata adduzione dell’acqua. Cioè nella mancanza delle infrastrutture che captano l’acqua, la raccolgono, la potabilizzano e la portano nelle città, nei villaggi, nelle case. Queste infrastrutture le costruiscono gli uomini, non la natura.

Il problema, dunque, è di ordine tecnico ed economico e, in quanto tale, più agevolmente risolvibile di quanto lo sarebbe se l’acqua mancasse del tutto.

Ma poiché per costruire le infrastrutture occorrono soldi e le infrastrutture mancano prevalentemente nei paesi poveri, il problema si può risolvere solo con interventi dall’esterno. Interventi che alimentano quello che si chiama “affare dell’acqua”.

L’impegno periodicamente assunto di portare acqua a chi non ne ha richiede un grande sforzo economico e tecnico che coinvolge ricercatori, tecnici e capitali che proverranno, i primi in gran parte i secondi esclusivamente, dal primo mondo. E con il considerevole sostegno della Banca Mondiale degli Investimenti. Il tutto, evidentemente, in cambio di profitti. E questo non sarebbe motivo di scandalo se il risultato fosse quello di garantire a tutti l’accesso all’acqua.

Anche in questo caso le cose non stanno così. Molte multinazionali – Monsanto, Danone, Pepsi Cola, Coca Cola, Nestlè – hanno fiutato l’affare e sono impegnate nell’impresa per realizzare la quale contano tutte sulla privatizzazione della gestione dell’acqua. E lo fanno con il sostegno della Banca Mondiale che pone la privatizzazione a garanzia dei suoi finanziamenti ai Paesi nei quali si propone di intervenire.

Anche la privatizzazione non sarebbe un grosso problema se, però, non si concretizzasse nella possibilità di manovrare a propria convenienza lo strumento del prezzo di vendita dell’acqua, creando nei paesi poveri e assetati un mercato dell’acqua a totale discapito dei più poveri ed emarginati.

Per questo motivo, per protestare contro il tentativo di appropriazione indebita di un bene comune come la risorsa acqua, rappresentanti di organizzazioni non governative di tutta la Terra diedero luogo al Comitato per il Contratto mondiale dell’acqua proponendo, tra l’altro, l’istituzione di un Parlamento dell’acqua e un Osservatorio mondiale per i Diritti dell’acqua che si occupino di raccogliere e di diffondere informazioni sul problema con l’obiettivo di assicurare l’accesso all’acqua a tutti gli abitanti della Terra entro il 2020-2025 con il contributo finanziario a carico della collettività.

Impostate così le cose non dovrebbero esserci grossi motivi di preoccupazione anche in presenza di una popolazione terrestre che verosimilmente continuerà a crescere almeno sino a dieci miliardi.

Non dovrebbero esservi questi motivi perché, riassumendo quanto ho appena detto, l’acqua esiste in quantità date, abbondanti e non incrementabili naturalmente, ma si rinnova annualmente secondo un ciclo che è il ciclo dell’acqua. Le tappe di questo ciclo sono, l’evaporazione, la condensazione, la ricaduta sotto forma di precipitazioni nevose, piovose eccetera.

È chiaro che se eventi incontrollati (talora incontrollabili anche, ma spesso controllabili) vengono a interferire sul ciclo, il problema assume altri aspetti.

Tanto per fare un irrealistico esempio estremo, se un meteorite come quello che 65 milioni di anni fa si ritiene abbia provocato l’estinzione dei dinosauri in seguito all’oscuramento del sole e al mutamento climatico che ne è derivato; se un meteorite come quello si abbattesse sulla Terra, prescindendo da altre drammatiche considerazioni, il sole resterebbe per un cero tempo oscurato, non alimenterebbe l’evaporazione da mari e oceani e tutto progressivamente inaridirebbe perché il ciclo dell’acqua ne risulterebbe sconvolto.

Ma non c’è bisogno di un meteorite o di una serie di potenti eruzioni vulcaniche perché ciò accada. I mutamenti climatici già in atto, costituiscono, anche in questo senso un serio motivo di preoccupazione interferendo sull’andamento naturale del ciclo dell’acqua.

Lo diceva già il 22 marzo del 2006, in occasione della giornata mondiale dell’acqua, un allarmato e allarmante rapporto delle Nazioni Unite sul progressivo assottigliamento della portata dei maggiori fiumi della Terra.

Proprio con riguardo a quanto prima dicevo circa la grande quantità di acqua esistente dovunque e l’invito a osservare un planisfero per rendersene conto, un passaggio mi sembra estremamente significativo, dove si dice che: «le cartine dell’atlante non corrispondono più alla realtà. Le vecchie lezioni di geografia, secondo cui i fiumi sgorgavano dalle montagne, ricevevano acqua dagli affluenti e finalmente sfociavano gonfi negli oceani sono ora una finzione».

Dunque quello che mi sembrava un realistico ottimismo circa la disponibilità di acqua dovunque va ridimensionato: acqua ce n’è dovunque, ma dovunque ce n’è sempre meno. E ce n’è sempre meno perché su tutta la Terra è stato enormemente modificato “l’ordine naturale dei fiumi”. L’umanità, si legge ancora in quel rapporto dell’ONU che ha immutata validità e ne avrà per tempo malgrado gli accordi di Parigi del dicembre 2015, «ha intrapreso un immenso progetto di ingegneria ecologica senza pensare alle conseguenze e al momento senza conoscerle».


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