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La Scienza dell’Ecologia – 3° incontro
Per i 90 anni di Giorgio Nebbia: ecologia e Costituzione

Senato della Repubblica, Roma, 18 gennaio 2017
Incontro sul tema: “L’ecologia in Parlamento. Storia costituzionale del dopoguerra”

L’ecologia è diventata parola di uso comune, nota a tutti, nella primavera del 1970. Nell’aprile fu lanciata la “Giornata della Terra”, e gli italiani si accorsero improvvisamente dei fiumi coperti di schiume e inquinati, dell’aria che corrodeva i polmoni e i monumenti, della congestione urbana, della speculazione edilizia.

Fu subito chiaro che certe azioni umane privavano molti o tutti i cittadini di alcuni diritti fondamentali, quello di respirare aria pulita, di bere acqua non inquinata, di godere dei beni dalla natura, dai boschi al mare pulito.
L’ecologia spiegava le cause delle violazioni di tali diritti, la cui difesa poteva essere assicurata con strumenti giuridici: era un problema politico.

Alcuni pretori scoprirono che già con le leggi esistenti era possibile procedere contro gli inquinatori e costringerli a cambiare comportamento e modi di produzione, ma altre iniziative legislative dovevano essere prese e questo coinvolgeva il Parlamento.
Il primo a muoversi fu il Senato – proprio quello che ci sta ospitando oggi – il cui presidente Fanfani già nel 1971 istituì una commissione per informare i colleghi senatori sui “Problemi dell’ecologia”, questo il titolo del volume che contiene gli atti di quegli incontri.
In risposta alla stessa domanda di interventi politici per la difesa della natura e dell’ambiente il Partito Comunista Italiano organizzò nell’ottobre dello stesso 1971 una conferenza col titolo “Uomo Natura Società”.

Nel successivo 1972 il governo partecipò alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano che si svolse a Stoccolma, il Ministero per la ricerca scientifica fece predisporre una indagine sullo stato dell’ambiente in Italia, presentata a Urbino nell’estate del 1973 e addirittura nel luglio 1973 fu creato un ministero dell’ambiente, durato peraltro pochi mesi.
La crisi petrolifera dell’ottobre 1973 rappresentò una svolta in questo iniziale entusiasmo per l’ecologia. I governi successivi credettero di trovare una soluzione alle crisi energetiche ricorrendo alle centrali nucleari e i buoni rapporti fra movimenti ambientalisti e mondo politico si deteriorarono e divennero conflittuali.

Nella seconda metà egli anni settanta al fianco di alcune associazioni a livello nazionale, come Italia Nostra e WWF, sorsero numerosi gruppi, sparsi per l’Italia, di contestazione degli inquinamenti, delle centrali nucleari, delle raffinerie di petrolio, per la difesa di boschi e della natura.
Il PCI cominciò a prestare crescente attenzione per i problemi ambientali come mostrarono alcuni incontri nelle Feste dell’Unità e come appare anche da molti passaggi dei discorsi e scritti di Enrico Berlinguer nel progetto per l’austerità degli anni 1976-79.
Nel 1980 fu creata, da una costola dell’ARCI, l’organizzazione ricreativa del PCI, la Lega per l’ambiente che divenne ben presto la più vasta e organizzata associazione di contestazione ecologica.

D’altra parte nelle elezioni nazionali del 1983 il PCI fece inserì nelle sue liste numerosi indipendenti che ebbero un buon successo al punto da poter costituire, nella IX legislatura, un gruppo di Sinistra Indipendente nel quale fui eletto io stesso, credo per le attività che avevo svolto sui problemi ambientali. Una attenzione “verde” avevano i deputati di Democrazia Proletaria come Guido Pollice, Edo Ronchi, Gianni Tamino.
Nel corso della IX legislatura fu creato un Ministero dell’Ecologia, tenuto dai liberali Biondi e Zanone, divenuto poi ministero dell’ambiente con De Lorenzo, un esordio governativo che non ha lasciato tracce.
I tempi erano maturi e alcuni militanti dei vari gruppi “verdi” – sorti sull’onda di simili movimenti politici stranieri – si presentarono alle elezioni dapprima amministrative e poi nazionali. Nelle elezioni amministrative del 1985 ben 85 candidati verdi furono eletti nei consigli comunali e 10 nei consigli regionali.

Nelle elezioni politiche del 1987 i Verdi elessero 13 deputati alla Camera (capogruppo Gianni Mattioli) e un senatore (Pollice); io fui eletto come indipendente nelle liste del PCI al Senato, in cui feci parte del gruppo della Sinistra indipendente.
Alla Camera nelle liste del PCI come indipendenti furono eletti Cederna, Tiezzi, Francescato. Fra gli eletti del PCI alla Camera molto impegnata sui problemi ambientali fu Laura Conti.
Nel corso della X legislatura nel 1987-1992 il ministero dell’ambiente fu tenuto dal socialista Giorgio Ruffolo.

Nel corso della IX e X legislatura vi fu una vivace attività parlamentare “verde” dei Verdi, della Sinistra indipendente e anche del PCI; furono presentate e approvate iniziative sull’eliminazione del fosforo dai detersivi per combattere l’eutrofizzazione, sull’eliminazione delle sostanze responsabili del buco dell’ozono, sull’eliminazione del piombo tetraetile dalle benzine, sula difesa del suolo, sui parchi nazionali, sulla regolazione della caccia. Altre iniziative legislative parlamentari non arrivarono alla votazione.

Una resurrezione verde del Parlamento si ebbe con la XIII legislatura e con i governi Prodi e D’Alema, dal 1996 al 2000; con il ministro dell’ambiente Edo Ronchi, con il sottosegretario Calzolaio, si ebbe un fiorire di iniziative legislative “verdi”; va ricordata quella sui rifiuti che mise ordine in un settore in cui si verificavano inquinamenti e abusi.
La svolta a destra dei governi Berlusconi rappresentò anche una svolta nella legislazione. Il cosiddetto “testo unico sull’ambiente”, del 2006, con la scusa della necessità di adeguarsi alle norme europee, cancellò molti leggi precedenti e rese meno rigorose quelle restanti, con limitate proteste da parte del Parlamento.
La crisi economica degli anni successivi ha posto in secondo piano la difesa dell’ambiente che ormai era regolata in gran parte dalle normative europee.

Anche queste, peraltro potevano essere “recepite” con maggiore o minore attenzione per gli interessi contrapposti: quelli delle imprese e del mondo degli affari, interessati ad avere minori vincoli nel loro operare, e quelli della natura e dell’ambiente – cioè della salute e del benessere dei cittadini – che possono essere protetti soltanto identificando le cose che “non possono” e “non devono” essere fatte.
In questo confronto è essenziale il ruolo del Parlamento che, essendo eletto dal popolo, è più adatto ad ascoltare le istanze ambientaliste delle singole popolazioni.
Solo per fare alcuni esempi: la difesa contro frane e alluvioni presuppone un coordinamento fra opere pubbliche e iniziative locali per la gestione dei singoli bacini idrografici, la pulizia di fiumi e torrenti, i piani regolatori.

La politica dell’energia vede contrapposti gli interessi dei venditori di elettricità ottenuta con le varie fonti di energia – carbone, petrolio, gas, eolico, solare – e quelli del minore impatto sull’ambiente e sui cambiamenti climatici.
La politica della caccia vede contrapposti gli interessi dei cacciatori e delle attività economiche connesse e quelli della difesa della fauna.
La politica delle zone protette vede contrapposti gli interessi economici locali con quelli nazionali di difesa del più importante patrimonio di beni collettivi.

La politica dei trasporti di persone e merci vede contrapposti gli interessi dei costruttori di grandi, spesso devastanti per il territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie e dei mezzi di trasporto con quelli della popolazione – soprattutto delle frazioni più fragili della popolazione come lavoratori e studenti – che hanno bisogno di muoversi con minori inquinamenti e disagi.

Per farla breve una efficace politica ecologica richiede una ripresa dell’attività politica di pressione sul Parlamento, o di intervento diretto nel Parlamento, di movimenti che, al di là del nome verde o ecologico o ambientale nell’etichetta, siano disposti a ottenere leggi, che l’esecutivo dovrà poi applicare, e che dovranno regolare le azioni degli enti locali, garantire la difesa dei beni collettivi.
Qualsiasi iniziativa che tende ad aumentare, nel nome dell’efficienza e della rapidità, il ruolo del governo e ad indebolire il potere di controllo del Parlamento sull’esecutivo, che deve “eseguire” la politica dettata dal Parlamento, è anche contro gli interessi ambientali e il risultato del recente referendum sembra indicare che il popolo ha colto anche quest’aspetto negativo bocciando la riforma costituzionale proposta dal precedente governo.


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