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C’è un proverbio piemontese il quale avverte che “le valanghe cadono dove sono sempre cadute, cadono dove non sono mai cadute, cadono dove non cadranno mai più.” Come è abbastanza noto il fenomeno riguarda quasi esclusivamente le zone montane innevate quando una massa di neve o ghiaccio si mette in moto lungo un pendio, precipitando verso valle. Le cause sono generalmente imputabili alla rottura dell’equilibrio presente all’interno del manto nevoso provocata dall’aumento della temperatura, dal vento, dal passaggio di sciatori…

È stata proprio una valanga, quella che ha travolto l’Hotel Rigopiano di Farindola in provincia di Pescara nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga; è stata una valanga, dicevo, che ha dato il colpo di grazia ad un territorio già sconvolto dal tremendo sovrapporsi di forti scosse di terremoto e copiosissime nevicate.

Il tutto anche nella consapevolezza che se una serie di terremoti come quelli che da fine agosto 2016 stanno sconvolgendo il centro-Italia si fosse verificata in una zona franosa e non in periodo invernale con l’accumulo di tanta neve, molto probabilmente il risultato sarebbe stato simile a quello che ha distrutto l’Hotel Rigopiano. Perché frane e valanghe hanno i loro tempi di movimento che, naturalmente, possono essere anche molto accelerati se una o più scosse sismiche amplificano la velocità del movimento.

Dicevo “nella consapevolezza”. In realtà pochi tra quelli che questa consapevolezza dovrebbero averla ne sono avvertiti e ne avvertono i loro amministrati.

Personalmente nel drammatico evento sismico e nevoso di inizio 2017 non scelgo di far parte del ricorrente partito del “si poteva evitare” e della “catastrofe annunciata”. Perché certamente nell’area in questione sono “annunciati” terremoti e abbondanti nevicate e, in quanto tali, ne sono evitabili gli effetti calamitosi. Ma la somma concomitante di questi fenomeni nel modo in cui si è verificata escluderei che fosse annunciabile e, di conseguenza, evitabile. Aggiungo che era giustamente definita “miracolosa” la pressocchè totale assenza di vittime umane dopo quelle che hanno caratterizzato le scosse di agosto 2016.

Fino a quando la maledetta valanga non ha spazzato via  l’Hotel Rigopiano. E in questo caso le considerazioni cambiano aspetto perché, andando un po’ indietro nel tempo sino agli anni della costruzione dell’albergo, bisogna riconoscere che l’ignoranza (colpevole o colposa) della geografia del luogo ha le sue responsabilità. Per rendersene conto basta leggere da internet una delle non poche descrizioni di Farindola: “Il clima è fortemente influenzato dalla presenza della montagna posta alle spalle, pertanto risulta continentale umido, tipicamente sub-appenninico, con inverni spesso rigidi e interessati da accumuli nevosi dai 10 ai 40/50 cm ed estati calde, ma mitigate dalla montagna con forte escursione termica fra il giorno e la notte”. Insomma esistono elementi di annunciabilità di un evento del quale non si potevano magari prevedere le dimensioni, ma certamente le ricorrenti caratteristiche.

Come che sia resta il fatto che un Paese fragile per natura come l’Italia non può aggiungere a questa caratteristica  la fragilità della preparazione nell’affrontare le conseguenze di eventi assolutamente prevedibili.

E questo vale per l’Italia nel suo complesso e per il complesso degli eventi potenzialmente calamitosi soprattutto lungo la lunga e fragile catena appenninica.

Ma come attrezzarsi di fronte alla regolarità con la quale il rischio di una catastrofe incombe e si manifesta costantemente e con l’intensificarsi degli eventi “estremi” a causa anche dei mutamenti climatici in atto? È possibile e necessario avere le difese pronte su tutto il territorio per qualunque tipo di fenomeno possa verificarsi dai terremoti alle alluvioni alle frane alle valanghe alle eruzioni vulcaniche? E i fenomeni che dall’agosto del 2016 stanno martoriando Marche, Umbria e Abruzzo quanti italiani coinvolgono? Quanti residenti in altre regioni hanno la percezione (fisica oltre che emotiva) di quello che sta colpendo altri concittadini?

Thomas Malthus nel 1798 nel famoso Saggio sul principio di popolazione scriveva che “le più tremule convulsioni della natura, quali eruzioni vulcaniche e terremoti, hanno solo un effetto trascurabile sulla popolazione di qualsiasi Stato”. In quell’anno la popolazione terrestre si avviava a toccare il primo miliardo. Oggi, dopo poco più di duecento anni, ha superato i 7,5 miliardi, ma la validità di quella affermazione resta abbastanza inalterata. Ne è un esempio, tra gli altri possibili, il tremendo ciclone che nel 1970 fece 300.000 vittime in Bangladesh. Un numero drammaticamente elevato, ma colpì “solo” l’1% della popolazione di quel Paese tanto densamente popolato.

Molti altri esempi si potrebbero fare uscendo dal filone dei rischi ambientali, con riguardo ai morti in guerra, ai morti per carestie eccetera. Per tutti la domanda che ritorna è se, conoscendo tutto questo,  sia possibile difendersi. Se sì, come e a quale prezzo anche in termini di costo economico? Per cui l’altro aspetto della domanda diventa: “c’è un rischio accettabile?” Ce n’è uno di numero o c’è un livello di accettabilità rischio per rischio?  Insomma se non esistono attività quali, ad esempio le produzioni industriali e le produzioni di energia, che non abbiano la probabilità di alimentare un rischio per la popolazione, per gli animali, per l’ambiente in generale; se, come unanimemente affermato, non esiste rischio zero bisogna anche fare scelte su quali rischi valga comunque la pena di correre dati gli obiettivi che si intende raggiungere e dei quali non si ritiene di poter fare a meno.

È proprio questo il concetto di rischio accettabile, in parole molto semplici:  bisogna fare i conti col rischio che molte attività umane comportano, valutarle e scegliere. Si può discutere su questo concetto, ma se la riflessione sulla accettabilità del rischio si sposta sui rischi dei quali ci si sta occupando si può parlare di accettabilità? E se, come mi sembra più probabile, è azzardato parlare di accettabilità di un rischio valanga, frana o terremoto valutando sino a quanti morti si è disposti ad accettare, bisogna anche dare il peso politico ed economico che doverosamente merita la scelta di una politica di prevenzione. Non dei fenomeni di cui sto parlando che non sono prevenibili e talora nemmeno prevedibili, ma dei danni materiali e delle vittime che, in assenza di prevenzione, sono inevitabilmente da mettere nel conto.

L’Italia, malgrado la sua riconosciuta fragilità naturale, raramente ha attuato politiche di prevenzione preferendo –una preferenza costretta dai fatti-  intervenire a valle di danni e vittime con quella che ho sempre definito una “politica del rattoppo”. Una politica, cioè, che mette pezze, tampona falle ma non rimuove le cause del disastro che hanno provocato danni e vittime e che è pronto a riproporsi negli stessi posti e con le stesse caratteristiche. Tra l’altro è anche una politica costosa. Probabilmente ancor più costosa sarebbe una politica di capillare prevenzione dei danni delle prevedibili calamità diffusa su tutto il territorio, ma in questo caso si tratterebbe di spese di investimento che nel medio periodo avrebbero risultati anche economicamente convenienti.

Di più, con una “filosofia” del genere si può anche agevolmente passare dalla accettabilità del rischio alla accettabilità della spesa.


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