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C’era anche il Vesuvio tra i luoghi che l’assessorato alla cultura del Comune di Napoli ha assegnato a “ciceroni illustri” perché li illustrassero a quei napoletani che avessero scelto di (ri)innamorarsene. Ho pensato che non fosse il caso di raccontare del Vesuvio i dati geografici e geologici. Perché quasi tutti sanno di che si tratta e ho consigliato a quelli che non lo sapessero di andare a cercare su Google dove scrivendo Vesuvio appaiono 1.260.000 risultati passandone in rassegna anche meno di una diecina si  può sapere tutto; proprio tutto.

Perciò parlandone da Napoli e avendolo di fronte vale la pena discutere di altri aspetti meno noti o meno illustrati in occasioni come quella di cui sto parlando.

Quindi non il Vesuvio da “scalare”, bensì il Vesuvio da guardare da via Parthenope, da Napoli, dalla città della quale è l’icona.

Icona che tra altre più note definizioni ne ha una (Treccani) che mi sembra più rispondente al nostro caso: “Figura o personaggio emblematici di un’epoca, di un genere, di un ambiente: Marylin Monroe è l’icona della femminilità”.

Ecco qua: il Vesuvio è l’icona di Napoli, della sua femminilità. Perché Napoli è femmina come femmina era la sirena Parthenope che pare fosse la più bella del golfo, sepolta secondo la leggenda nel luogo in cui oggi sorge Castel dell’Ovo.

Morta Parthenope? In realtà, come ha scritto Matilde Serao, « Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene (…) quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi;  quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore. »

Essendo femmina Napoli sarebbe  manifestazione di buona creanza non chiederle l’età, ma sappiamo che è abbastanza avanti negli anni che sono circa  3.000 e non nasce dal Vesuvio che di anni ne ha circa 400.000. Anzi, se proprio ne vogliamo trovare le origini in un vulcano, possiamo dire che Napoli nasce dai Campi Flegrei dal momento che è da Cuma che i Greci nell’VIII secolo a.C. vennero a fondare la prima città tra la collina di Pizzofalcone e l’isolotto di Megaride sul quale si trova il Castel dell’ovo.

Tuttavia anche se non nasce dalle sue infocate viscere Napoli è il Vesuvio e il Vesuvio è Napoli. Tanto che non v’è quasi viaggiatore di quelli che inserivano Napoli nelle mete del Grand Tour che non abbia inserito anche una salita al Vesuvio. Per studio o per curiosità.

Ma tanto per sapere almeno le dimensioni di ciò di cui si parla, è utile dire che il  Vesuvio è alto oggi 1.281 metri, ha un diametro di circa 500 metri e una profondità di 230 metri dal punto più basso dell’orlo, la cui quota oscilla tra 1.150 e i 1281 metri.

La sua è una storia di eruzioni, di lunghe pause e di riprese anche violente che hanno anche profondamente mutato l’originario stato dei luoghi: vicini e lontani.

Tanto per cominciare diciamo Vesuvio ma più correttamente si deve parlare di Complesso Vulcanico Somma-Vesuvio e, tanto per continuare, bisogna sapere che il Somma è la madre del Vesuvio che sorge all’interno di una parziale caldera di circa 4 km di diametro, la quale è la parte restante del precedente edificio vulcanico (il Monte Somma, appunto) dopo la grande eruzione del 79, che ne determinò il crollo del fianco sud in corrispondenza del quale si sarebbe formato il cono attuale col suo cratere.

Come dirò più avanti ha anche un fratello il Vesuvio ed è il monte Cicala di Giordano Bruno.

Una terra ricca, pericolosa e densamente abitata

Come avviene in gran parte delle aree vulcaniche della Terra l’area sulla quale incombe il vulcano è molto popolosa perché la fertilità delle terre derivante dai depositi vulcanici ne determina non solo la colonizzazione, ma anche i ritorni dopo le eruzioni. Nel caso del Vesuvio la colonizzazione dell’area risale a poco meno di duemila anni fa quando i Greci e poi i Romani  stabilirono le prime colonie alle falde del Vesuvio. Solo dopo la catastrofica eruzione del 79 d C le colonie romane stabilitesi tra Pompei, Ercolano, Stabia ed Oplonti furono costrette ad abbandonare il Vesuvio. A quella seguì nel 472 d.C. un’altra eruzione esplosiva di grande energia e l’area rimase sostanzialmente disabitata per qualche centinaio di anni. Poi, comunque, specialmente tra la violenta eruzione del 1631 e l’ultima del 1944 il ripopolamento è avvenuto con abitazioni generalmente a debita distanza dal cratere.

Dal dopoguerra è iniziata una rapida crescita demografica anche alle falde del vulcano; la popolazione residente nel 1951 è più che raddoppiata e, soprattutto, è triplicato il numero degli edifici espandendo a dismisura la cementificazione in tutta l’area vesuviana.

Eppure il Vesuvio viene anche generalmente –magari troppo generalmente- associato subito a Pompei ed Ercolano sepolte dall’esplosione del 79 d C. Esplosione perché le eruzioni del  Vesuvio non sono solo di tipo effusivo cioè con emissione di lava come accade prevalentemente per l’Etna, ma soprattutto di tipo esplosivo. Caratteristica che ne fa uno dei più pericolosi della Terra. Perché esplosiva sarà quella che vi sarà quando il Vesuvio deciderà di uscire dal sonno che ne caratterizza l’attuale stato di quiescenza. Perché dorme, il Vesuvio, ma è un vulcano attivo.

E non dorme il sonno dei giusti perchè come lo ha definito Fucini è “il grande delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché é feroce, che tutti amano perché é bello” è, dunque, un grande delinquente o, se si preferisce, è “lo sterminator Vesevo” come lo definisce Giacomo Leopardi rivolgendosi alla ginestra che è a sua volta un’icona del paesaggio vesuviano, e ricordando che

« Qui su l’arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null’altro allegra arbor nè fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra »

Anche grazie a Leopardi la ginestra è un’icona vesuviana ma bisogna dire che di ginestre ve ne sono tre specie. Due autoctone: la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) che è quella cui si rivolge Leopardi e la ginestra odorosa (Spartium junceum); l’altra è la ginestra etnea che è stata qui introdotta poco più di un secolo fa.

Senza stilare un elenco di tutte le specie floristiche e arboree che caratterizzano l’area, ma mi piace ricordare che tra la primavera e l’estate fioriscono sul Vesuvio ben 23 specie di orchidee selvatiche.

Altrettanto mi limito per la fauna solo per dire che la vicinanza alla fascia costiera, il fatto di essere l’unico complesso montuoso situato al centro della pianura nolana, le favorevoli condizioni climatiche e la grande diversità ambientale, hanno contribuito a consentire, in un territorio di modesta estensione, l’insediarsi di un interessante popolamento faunistico (anfibi, rettili, 138 specie di uccelli, 29 specie di mammiferi)

Comunicatori del rischio

Ricordavo prima Fucini e Leopardi, ma sono molti, moltissimi quanti hanno scritto e iconografato il Vesuvio. Qui ricorro a solo due citazioni di autori che amo entrambe legate al tema del rischio e della sicurezza.

Si tratta di Linus il capolavoro a fumetti di Charles Monroe Schulz e della poetessa  Emily Dickinson.

Linus, come qui illustrato, teme sempre un assalto del cane Snoopy che gli possa portare via la sua compagna coperta e così lo avverte del rischio che corre se lo facesse:

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La Dickinson Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886) definì il Vesuvio un “terremoto quieto” e si  trovano versi che lo riguardano in vari frammenti

Vulcani ci sono in Sicilia

E in Sud America

A giudicare dalla mia Geografia

Vulcani più vicini qui

Un gradino di Lava in ogni momento

Sono propensa a scalare

Un Cratere posso contemplare

Vesuvio in Casa

poi anche

“quando l’Etna si scalda e fa le fusa

Napoli ha più paura

di quando mostra i suoi denti granati-

la sicurezza fa chiasso”

A parte il fatto che confonde il Vesuvio con l’Etna, ciò che importa è il messaggio che ci dice: ossia che quando un vulcano dorme l’eruzione può sorprenderci anche improvvisamente; se, invece eruttasse saremmo sulla difensiva…Così è la vita: i rischi sono più pericolosi se imprevisti, ma la sicurezza, cioè l’informazione, fa chiasso.

Ma un’informazione che abbia come obiettivo la sicurezza degli informati non il vantaggio degli informatori come è il caso dell’abate Ferdinando Galiani che pubblicò a Napoli un gustoso volumetto dal titolo Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera delli otto d’agosto del corrente anno (1779). Ma (per grazia di Dio) durò poco. In questo librettino l’abate descriveva l’eruzione del 1779 e concludeva scrivendo: “Per non restare con scrupolo alla coscienza devo nel concludere confessare il mio peccato e colle lagrime agli occhi cercarne perdono alli miei cari benefattori e lettori. Io ho messo nel titolo dell’opera che questa eruzione fu spaventosissima, e non è vero niente affatto. Nelli paesi attorno alla montagna le genti fuggirono non per quello che era stato, ma per paura di quello che poteva venire. A Napoli poi nessuno ebbe spavento, né del passato, né del presente, né del futuro: e veramente la cosa non lo meritava. Ma io l’ho fatto per dar concetto al mio libro, movere la curiosità, e così venderne più; e non sono stato solo a far così, perché gli altri pure hanno detto mirabilia di questa eruzione, ma in coscienza da sacerdote indegno che sono, per la verità l’eruzione fu poca cosa, e chi si ricorda quella del 1737 dirà che c’è la differenza, che c’è tra una cannonata e uno stronzillo di polvere sparato incoppa a un astrico..”.

Non solo rischio

Dunque se la storia del Vesuvio è strettamente legata al ricordo di esplosioni e distruzioni da parte di quello che Renato Fucini definì “il grande delinquente” questa caratteristica non devono dimenticarla i cittadini e tanto meno gli amministratori. Ma devono anche dare il peso che realisticamente merita il seguito dell’affermazione di Fucini e cioè che è “il grande delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché é feroce, che tutti amano perché é bello”.

Ed è bello il Vesuvio. Ed è ricco di bellezze. E in questo caso, con l’obiettivo dell’innamoramento alla base degli incontri organizzati dall’Assessorato alla cultura, c’è un’altra pagina di amore che mi piace ricordare. Del Vesuvio, infatti, si era innamorato anche Giordano Bruno che riferisce di un immaginario dialogo con il suo amato monte Cicala il quale lo aveva quasi costretto ad andare sulla dirimpettaia montagna che, ricordava, “m’è fratello e m’ama e a te vuol bene”. E questo monte era il Somma-Vesuvio che il filosofo nolano trovò “celebre di vigne, superbo di molti arbusti, d’uve urbertose pendenti dai rami, di frutti d’ogni genere, quali li produce l’alma natura genitrice”.

Questo è il riferimento che poco prima mi faceva dire che il Vesuvio ha anche un fratello e questa pagina del De innumerabilibus, immenso et infigurabili in cui Giordano Bruno vi fa riferimento è molto bella e perfino commovente.

È, dunque, “il grande delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché é feroce, che tutti amano perché é bello”.

È l’amato fratello minore del Monte Cicala

E, quindi, Il Vesuvio non è solo uguale ad eruzioni e disastri per molte delle quali non ha particolari responsabilità (tra l’altro è anche il datore di lavoro di Pompei ed Ercolano dove ogni anno arrivano circa tre milioni di visitatori).

Non è solo questo. È anche un dispensatore di fertilità e qui nascono prodotti di eccezionale valore e sapore perché questa è una terra di fuoco ma non ha a che vedere con quella battezzata “terra dei fuochi”.  E non è certamente per caso che albicocca, pomodorini, la susina turcona, i friarielli, il vitigno piedirosso, tanto per citare solo i più famosi prodotti della terra hanno il marchio di qualità sancito dalle denominazioni di origine rigorosamente controllate.

Né basta perché per motivi generalmente sconosciuti e trascurati l’area vesuviana, Somma vesuviana in modo particolare, è l’area della maggiore importazione e trasformazione del baccalà norvegese ed islandese.

Insomma è un patrimonio di biodiversità animale, vegetale, culturale che va rispettata e tutelata in tutti i modi

Per questo motivo il 5 giugno del 1995 è stato eretto a Parco nazionale, il Parco Nazionale del Vesuvio, che, con i suoi 8.482 ettari e i 13 comuni che ne fanno parte, è tra i più piccoli d’Italia.

Ma se il rischio si manifesta

Per porre un freno al rischio di degrado naturale e a quello vulcanico in singolare ma non predeterminata coincidenza con l’istituzione del Parco, dal 1995 la Protezione civile ha messo a punto un piano che prevede l’evacuazione della popolazione nel caso di una prevedibile esplosione.

Quindi  nel parlare di Vesuvio non si può trascurare di dire del Vulcano  quello che è e quello che è stato e quello che potrà essere. Cioè che si ratta di un vulcano pericoloso. Ma poichè “la sicurezza fa chiasso” prima di cadere nella disperazione è importante avvicinarsi al problema nel modo più realistico e meno catastrofista possibile. E vedere se ci sono e quali sono le possibilità di prevenzione dei danni alle persone.

Dopo il 79 d. C. quando cioè si è cominciato a rendersi conto che “a muntagna” era anche un pericoloso vulcano e del rischio che era derivato e poteva continuare a derivarne per una quantità crescete di popolazione, si sono cercati anche gli strumenti di prevenzione e salvezza.

L’Osservatorio vesuviano c’è solo dal 1841; la protezione civile c’è dal 1982, allora, nelle epoche precedenti dove sperare di trovare un protettore se non nella fede e nella fede in quello che per eccellenza è stato il protettore di Napoli? San Gennaro la cui presenza data oltre 1700 anni.

E la preghiera a San Gennaro è stato il frequente ricorso dei napoletani. Lo  aveva notato anche Goethe (1789) quando aveva scritto che i napoletani “vanno e vengono tutto il giorno in un paradiso… e quando la bocca dell’inferno loro vicino minaccia di montar sulle furie, ricorrono a San Gennaro e al suo sangue”.

Ancora oggi, “San Gennaro mio fa’ tu, nun ne pozzo proprio cchiù. La speranza é la mia fede, tutta sta riposta in te”  é una delle giaculatorie che  vengono recitate in occasione soprattutto delle ricorrenze di maggio e settembre durante le quali si verifica il miracolo dello scioglimento del sangue del Santo .

Ma questo è  anche il modo con cui tradizionalmente il napoletano “di massa” si é posto di fronte alla paura e al pericolo. Anche di fronte al pericolo-Vesuvio come sta, tra l’altro ma molto emblematicamente a dimostrare la statua di San Gennaro che all’ingresso orientale di Napoli viene raffigurata con la mano protesa verso il Vesuvio a fermare l’avanzata della lava.

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In realtà, almeno per chi ha fede, sino a pochi decenni fa non c’erano alternative. Oggi il discorso é potenzialmente diverso. Perché da anni ormai, la “cultura del rischio” si esercita nel modo migliore attraverso i filoni della previsione e della prevenzione di fenomeni naturali calamitosi nel tentativo di realizzare concretamente l’obiettivo della convivenza col rischio che è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per realizzare una buona qualità della vita.

C’è, quindi, un rischio dovuto, però, soprattutto alla forte e cresciuta presenza umana che nei comuni esposti è più che raddoppiata dal dopoguerra ad oggi urbanizzando un’area che per motivi di valenza naturalistica e di pericolosità vulcanica andava ben diversamente tutelata.

I vulcanologi, ma anche i non addetti ai lavori, sanno che il “dinamico riposo del Vesuvio” potrebbe avere prima o poi un termine. Svariate ipotesi sono state fatte in proposito, da un risveglio prossimo, fino ad ipotesi di 50-100 anni se non di secoli. I più piccoli segnali premonitori, quali alterazioni dei gas delle fumarole, piccoli terremoti o deformazioni sono continuamente monitorati.

Per far fronte ai grandi rischi connessi ad una possibile eruzione del Vesuvio è stato redatto un piano nazionale d’emergenza che individua zone a diversa pericolosità, prevedendo azioni di soccorso e piani di evacuazione.

Dal 1944 non si sono verificate più eruzioni. Pur tuttavia, essendo il vulcano considerato in stato di quiescenza, dal 2016 l’area considerata di pericolosità è stata ampliata rispetto a quella prevista nel Piano del 2001, comprendendo i territori di 24 Comuni e tre circoscrizioni del Comune di Napoli. Oltre ai 18 indicati già in zona rossa (Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase), saranno ricomprese le circoscrizioni di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio del Comune di Napoli, i Comuni di Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano e Scafati, e l’enclave di Pomigliano d’Arco nel Comune di Sant’Anastasia.

In conclusione

Dicevo poco prima che molti hanno scritto del Vesuvio specialmente tra i viaggiatori del Grand Tour e che non mi sarei dilungato in letture. Anche perché le impressioni dei loro autori sono spesso abbastanza simili e non sempre aggiungono particolari da ricordare  anche perché, come ha splendidamente sintetizzato François-René de Chateaubriand ( 1768 – Parigi, 4 luglio 1848) dopo una sua ascesa al vulcano, “L’eremita mi ha presentato il libro ove gli stranieri sogliono scrivere qualcosa. Non vi ho trovato un pensiero degno d’ esser ritenuto: i francesi, con il buon gusto che loro è proprio, si sono contentati di indicare la data del passaggio o  hanno fatto l’ elogio dell’ eremita. Il vulcano nulla ha ispirato di notevole ai viaggiatori: ciò mi conferma in una mia vecchia idea che cioè i grandi soggetti, come i grandissimi oggetti, non sono capaci di far nascere i grandi pensieri; la loro eccellenza è così evidente che ogni aggiunta serve ad impicciolirla. “.

E, ancora, poiché ricordavo che si dice Vesuvio ma si dovrebbe dire complesso Monte Somma Vesuvio, come abbiamo fatto per il fratello Cicala devo riservare la dovuta attenzione a Mamma Somma e lo faccio, condividendola in pieno, con una affermazione dello storico tedesco Gregorovius (Neidenburg, 19 gennaio 1821 – Monaco di Baviera, 1º maggio 1891): “Difficilmente si lascerà Napoli senza esser stati sul Vesuvio; ma pochi sono saliti anche sul suo gemello, il Monte Somma. Il vulcano fumante accaparra tutto l’interesse, di modo che la sua seconda sommità passa inosservata. Ed invece quant’é bello questo Monte Somma, la cui cima si eleva con le sue ripide pareti annerite dalla lava e che, dolcemente, inclina il suo lato ricoperto di verdi foreste verso la pianura campana.”

E, infine, tanto per chiudere con un altro atto di amore, ancora Gregorovius  ha scritto:

“Avvolgendo con lo sguardo questo mare e questa terra si capisce che colui che vi fu un tempo regnante preferiva la morte alla perdita di questo suo reame, come fu il caso degli Svevi, degli Aragonesi e di Gioacchino Murat. In un luogo simile, l’Imperatore Federico II potrebbe aver esclamato un tempo: « Jehovah avrebbe meno lodato la Terra Promessa al suo Mosé se avesse visto Napoli ».


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